mercoledì 27 febbraio 2008

i lunedì al sole


Ma anche i martedì, i mercoledì ecc ecc.
Tra le sensazioni contrastanti dei ricordi del liceo ve ne è uno che rimane indelebile e gratificante.
Il sapore di libertà nel prendere la metropolitana anziché per andare a scuola, per bighellonare. Non è un segreto che non sia stato uno studente modello, però delle mie seghe scolastiche sono fiero.
L'uomo forse nasce libero ma sicuramente finisce in catene. E non è poi così difficile liberarsene almeno fino a che hai 16 anni.
Il senso del dovere è una gran fregatura. Il binario tracciato davanti a te che porta inesorabilmente al cancello di scuola e le cinque ore scandite da campanelle il cui suono è assai poco domenicale.
E invece no.
il 309 non si ferma necessariamente dove tutti i zaini invicta scendono. Continua la sua corsa fino alla metro e poi fino a dove le cinque ore possono portarti.
E a me hanno portato in un sacco di posti, hanno fatto vedere un mucchio di film e consentito di leggere molti più libri di quanti qualsiasi professore di lettere avrebbe mai sperato.
Ma poi scopri che il liceo finisce e far sega all'università non è lo stesso. E che a un certo punto la lingua italiana non ti viene neanche più in soccorso. E come aveva intuito Orwell forse non è possibile neanche pensare un concetto che non sia sostenuto da un vocabolario adeguato.
A lavoro non si può fare sega. Non c' è alcuna parafrasi che esprima questa dolce sensazione di impunità.
Ed è un peccato che oggi, a letto per altri motivi, mi causa un lieve dispiacere.

2 commenti:

ciolo ha detto...

Io oggi ho fatto mezza sega, sapendo che il capo è a Napoli sono arrivato a lavoro alle 11.20!
Che bello svegliarsi alle 8..rigirarsi dall'altra parte e pensare a quanto sei stronzo che ti sei sbronzato un'altra volta a buffo!!

Giuliano ha detto...

Non ci tornavo da 10 anni, forse anche di più, al Croce.Ci sono passato davanti spesso per andare all’Università, a bordo del macilento 450, e ci ho fatto girare intorno la mia ragazza durante le prime lezioni di scuola guida, l’anno scorso, ma non è la stessa cosa. Entrare dalla porta principale durante l’ora delle lezioni, farsi due vasche con gli studenti alle 11:05, quello non lo avevo più fatto da anni, senza grossi rimpianti.
Mi ci sono ritrovato in una veste diversa, 10 giorni fa, a parlare a ragazzini di 16 anni della guerra in Bosnia. Non ricordavo lo stucco grigiastro delle pareti, stile Asl di via Tempesta, né che i banchi fossero rigorosamente monoposto, ma per il resto non è cambiato granché. Ho fatto uno studio rigoroso ed antropologico delle scritte sui muri e gli esiti sono stati più scontati del dibattito sui giovani a “Porta a Porta”: poca politica, molto calcio, tantissimi TVB, TVTTB, TVTCGRFSDTGV. Nota di merito al simpatico “coraggio, il Croce è di passaggio”, ma nulla a che vedere il nostro “S. pacchetto vòto de Diana rosse” presente nella nostra classe (concedimi questo archeologismo).
Ma il vero segno di cambiamento sono stati i cessi. A 16 anni hai un concetto radicalmente diverso di bagno comune: è un escamotage, un espediente per perdere 5 minuti o prolungare la ricreazione del tempo di una pisciata. Ha un significato eversivo il bagno, più che strutturale: male che vada, tra una o due ore sarai a casa, nel tuo vero bagno, con la lo specchio tirato a lucido e tutto il tempo che vuoi, quello di scuola è solo un cesso. All’università è diverso: lì ci vivi (almeno se fai Fisica), le giornate le passi più lì che a casa, il cesso ridiventa un bagno. E al lavoro la cosa non fa che peggiorare: il bagno di casa lo vedi di mattina di sfuggita e la sera per lavarti i denti, ma soprattutto nel fine settimana. Durante il giorno il tuo bagno è quello in fondo al corridoio, quello piccolino vicino al laboratorio: ci vai dopo la mensa, ti ci rifugi per trovare energie, per sbollire la rabbia con i colleghi, per riflettere sul da farsi, magari pure per pregare (c’è chi lo fa...).
Questa dotta riflessione mi è venuta durante una corsa nel primo bagno che ho incontrato, durante la ricreazione, attanagliato dall’influenza intestinale (o dal kebab mangiato alle due di mattina il giorno prima, chissà!). Uscendo mi sono accorto di aver imboccato la via del bagno dei professori, ad istinto avevo scelto quello più “bagno” e meno “cesso”. Al di là di ogni scontata riflessione e presunto confronto tra io ex studente e loro nuovi studenti, mi è sembrato questo il segno tangibile dei miei 30 anni.