giovedì 27 marzo 2008

Tre monti


Ieri su la7 Gad Lerner ha invitato come ospite l'ex, e probabilmente anche futuro, ministro dell'economia Giulio Tremonti, che era là non in veste di candidato ma in quanto autore di un libro sulla globalizzazione e il futuro dell'Europa dal titolo la paura e la speranza.

Tremonti è stato a mio giudizio uno dei peggiori ministri della nostra sfortunata nazione. Ha determinato una dissennata politica economica fatta di deficit, sprechi immani, tagli crudeli e regali insopportabili ad evasori e elusori. L'intera retorica che ha profuso per un quinquennio ha provocato in me il disgusto per la difesa dei più meschini ed egoisitici interessi della piccolissima borghesia e per la colpevole tutela dei poteri forti, delle più retrive corporazioni e dei soldi del grande capo.
La cosa però che più mi ha fatto incazzare della sua azione è stato il marcato antieuropeismo manifestato ad ogni piè sospinto. Antieuropeismo che ha spesso messo l'Italia nel novero dei paesi responsabili dell'arenarsi del processo di integrazione. Emarginata e guardata con un certo disprezzo dai partner storici.

E invece no.
Tremonti, nel libro che non ho ancora letto ma che mi procurerò, di cui ha lungamente e pacatamente parlato ieri, ha svelato un'identità diametralmente opposta a quella mostrata per anni.
Primo shock.
Non è un coglione isterico dall'odiosa vocina stridula. Vabbè la vocina stridula rimane insopportabile, ma non è quel piccolo commercialista ossessionato dal fisco e dalle lunghe mani dello stato che si insinuano nelle tasche degli italiani, che abbiamo visto in decine di talk show.
Ha studiato, letto, maturato convinizioni che affondano in una cultura anche raffinata e non conformista di cui evidentemente si nutre e della quale si è sempre ben guardato dal dare prova in anni di porta e porta.
Sentire un politico italiano che parla di guerra senza limiti, assai poco noto libello di due colonnelli cinesi che in Italia avranno letto in cento, o di Zeev Steernhell come fosse una figura da cui non si possa prescindere fa un certo effetto. Come impressiona la descrizione piena di senso critico del processo della globalizzazione a partire dall'allargamento del WTO.
Ma ben più dell'inatteso spessore culturale, sono state le idee rivendicate a costituire un vero trauma. Ha parlato del ruolo dell'Europa con un fomento finora sconosciuto e appassionato. Ha lanciato proposte per una maggiore integrazione mai ascoltate dalle labbra neanche del più entusiasta europeista. A partire dalla necessità di rendere legiferante il parlamento di Strasburgo o l'idea dei BOT europei dalla cui emissione scaturirebbe l'esigenza un budget comunitario curato a Bruxelles. Poi legnate a non finire ai dogmi del liberismo e alle politiche bacarie. Manco fosse a Porto Alegre anzichè da Lerner.
E giù dura con la necessità di fondare una credibile identità continentale e l'obbligo storico di imporre una decisa sterzata in senso di accentramento delle decisioni in materia di politca estera e militare.
Per non parlare della sensibilità mostrata verso il tema dei diritti, dell'ambiente e della socialità. Sensibilità non proprio in linea con la macelleria sociale praticata per anni.
Non che tutte le sue posizioni mi sembrino condivisibili, anzi. L'idea del fortilizio europeo assediato da monoblocchi minacciosi la trovo oltrechè errata, pericolosa. Denuncia un'attenzione piena di preconcetti verso interi continenti alla base di chiusure antistoriche. Non mi sembra poi abbia una chiara concezione di quale debba essere il rapporto con gli Stati Uniti, ma sono questioni rispetto a cui mi riservo di farmi un'idea più approfondita leggendo il pamphlet.

Quello che mi è rimasto alla fine è un senso di turbamento e dissonanza cognitiva.
E' forse l'amara conclusione che non ci troviamo in presenza di un dottor Jekyl alias mister Hide ma davanti all'eterno scarto fra il ruolo dell'intellettuale e quello del politico. Predicare bene e razzolare male. Vendere anche l'anima in cambio delle lusinghe del potere.
A sua parziale discolpa va detto che le convinzioni elitarie espresse da Tremonti non trovano cittadinanza in alcun partito di massa. E allora il mettersi al servizio del più becero berlusconismo come unica via per dare praticabilità a politiche altrimenti destinate a rimanere confinate nel polveroso salotto dell'eresia culturale.
Sarebbe bello che Tremonti questa volta, se dovesse tornare al governo si operasse per realizzare quello che ha scritto. Ma è assai più probabile che finirà con l'appiattirsi di nuovo con la demente politica forzaitaliota dell'antieuropeismo, della difesa dell'evasione fiscale, delle tante intollerabili anomalie italiane e dell'isolamento del paese.

martedì 25 marzo 2008

Air Band

ovvero degli idioti che fingono di suonare e cantare mentre la folla impazzisce. Signori, per l'umanità non c'è futuro.
Alla prossima edizione mi presento anche io :)

giovedì 20 marzo 2008

quelli che malpensano


Non sono un esperto di compagnie aeree di ristrutturazioni aziendali. Però.
Però due minuti sulla vicenda Alitalia - Malpensa voglio perderli.

Alitalia è da sempre una torta volante. Il classico carrozzone pubblico in cui i partiti mettono i propri uomini e i cittadini pagano il conto. Ha un numero spropositato di dipendenti, costi fuori controllo, politiche aziendali dissennate e nessuna speranza di redenzione.
Per quale motivo ogni aereo che stacca i carrelli debba essere pagato anche da me lo ignoro.
Malpensa è un grande hub, o meglio doveva essere il principale hub italico. Significa grosso modo che non si tratta di un aeroporto di prossimità ma di un luogo dove far prendere aerei a persone che provengono da altrove per andare altrove. E' stato costruito con questa speranza una decina di anni fa ma non è mai decollato. Anzi l'ambizione strombazzata all'epoca di farne un concorrente di Francoforte nei percorsi aerei continentali si è rivelata una boutade.
Malpensa è diventata una macchina che ingoia denaro e producce perdite. Che ovviamente sono a carico anche di chi non ci ha mai messo piede. Sembra che il fallimento della compagnia di bandiera sia dovuto in gran parte a questo aeroporto.
In un paese che D'Alema definirebbe normale, se Alitalia perde soldi chiude. Idem Malpensa. Altre compagnie più efficienti garantiranno i voli di cui il paese ha bisogno e altri aeroporti meglio gestiti sostituiranno il dinosauro magna soldi in salsa varesotta. Ma l'aggettivo normale a queste latitudini non va di moda.

E poi l'interesse nazionale.
E' nell'interesse nazionale che alitalia resti italiana! solo per queste parole dovrebbero partire i gendarmi da Bruxelles e arrestare chiunque le pronunci.

punto A)
l'interesse nazionale consiste nell'aver facilità di raggiungere le mete desiderate a prezzi contenuti e senza costi aggiuntivi per la collettività. Il nome della compagnia che consente ciò e il colore della bandiera sotto cui gli aerei scorrazzano nei cieli è irrilevante.
Eppure i campioni del liberismo nazionale sembrano rinnegare le più elementari regole del libero mercato e vogliono mantenere sostanzialmente Alitalia sotto il controllo statale o affidarla a proprietari loro vicini ben foraggiati dalla capace mammella pubblica.
Mantenere diritti di nomina e spartizione, continuare a ingrassare clientele e avere influenza sulla spesa di miliardi di euro. Si scrive interesse nazionale si legge interesse di casta.
Ci sarebbe anche la piccola questione della violazione della legge comunitaria sulla concorrenza e la libera circolazione delle merci e dei capitali tra paesi europei, ma temo che queste obiezioni lascino il tempo che trovano per chi non vede l'ora di trascinare l'Italia fuori dall'unione.

punto B)
Perchè Malpensa è un disastro? silenzio. Un passo indietro. Dicevamo che essere un hub internazionale significa attrarre passeggeri da un area geografica assai vasta così da determinare economie di scala e prezzi competitivi. Immaginiamo quindi che chi transita da Malpensa sia principalmente il produttivo cittadino del nord'Italia. Che l'imprenditore, il lavoratore, il viaggiatore occasionale dell'area più ricca e dinamica del paese quando decide di viaggiare a media-lunga percorrenza passi per Malpensa.
E invece no.
Per diventare centrale Maplensa avrebbe dovuto cannibalizzare tutti gli aeroporti presenti nella val padana o relegarli a un ruolo marginale. Più o meno quello che accade per tutti i principali scali da Londra a Madrid passando per Parigi e Francoforte.
Invece da Trieste a Genova esistono una decina di aeroporti internazionali. Alcuni addirittura aperti di recenti.
Daltronde se sei di Vicenza è vuoi andare a New York è più comodo partire da Venezia piuttosto che da Malpensa. E così ogni cento kilometri funziona un piccolo scalo internazionale che sopravvive con numeri di transiti ridicoli che rimane aperto grazie ai contributi pubblici, con buona pace oltre che delle ragioni dell'economia anche di quelle dell'ambiente.
Tante piccole torte che creano consenso elettorale da Venezia a Verona passando per Brescia, Bergamo e Caselle.
Il fatto paradossale è che le stesse forze politiche che strepitano contro il ridimensionamento di Malpensa hanno favorito la creazione di questa situazione. Andrebbe qua introdotto il discorso sugli effetti del federalismo in Italia ma non mi pare il caso.
Sono stati quindi i miopi interessi localistici a decretare la morte di Malpensa ma questo non lo si può dire. O quantomeno non lo può dire chi grazie all'esistenza di dieci scali padani ha costruito le proprie reti di tornaconti elettorali e finanziari.
Più facile e più comodo inventarsi rivalità con Fiumicino, additare Roma ladrona ed eterna magnona, che ammettere la classe dirigente settentrionale essere scadente, inadeguata, corrotta.

Per fortuna che c'è Berlusconi che ha garantito i figli salveranno l'azienda. Prima gli tocca sposare le precarie e poi guidare alitalia. Un futuro radioso per Piersilvio.

lunedì 17 marzo 2008

il mio piede sinistro

Un passo dietro l'altro. Facile a dirsi meno a farsi. Da quando ho assunto la postura eretta, evento accaduto con colpevole ritardo rispetto ai miei pari, non ne ho mai voluto sapere di far andare i passi in sequenza ordinata.
Più che camminare uno strascinarsi sconnesso.
Ammesso che la meta sia chiara (spesso non lo è), ogni gamba, ogni piede, rivendica il suo diritto a raggiungerla attraverso il percorso che più gli aggrada e che non corrisponde mai a una linea retta.
Forse è mancanza di fiducia interna, una sorta di governo Prodi dell'anatomia in cui ogni falcata è frutto di un compromesso, di una rivendicazione, di una pretesa di visibilità. E a pagarne lo scotto non c'è ahimè alcun professore bolognese.
A me però sta bene così. Un pò meno alle transitorie compagne che inevitabilmente hanno, condividendo un pezzo di strada, tentato di decrittare l'algoritmo che regola l'alternarsi dell'orma destra a quella sinistra. Speranzose, una volta di aver imparato a camminare come me, di sembrare più simili. Una coppia invece di due identità separate. Ma hanno fallito e rinunciato.
Se le mie gambe in quasi trenta anni non hanno raggiunto un accordo stabile non vedo come possano riuscire altri in una simile mediazione.
Il caos non si apprende nè lo si cambia.

giovedì 13 marzo 2008

una vita da delfino


Ovvero la vita di Gianfry.
Forse neanche immagina che si possa essere qualcosa di diverso da un erede e probabilmente anche quando, per motivi anagrafici, sarà venuto il suo turno troverà un nuovo capo cui fare lo sguattero fino alla fine dei suoi giorni.
Anche perchè se a quasi sessanta anni hai diviso equamente la tua lunga vita politica, con la lingua incastrata fra le natiche prima di Almirante e poi di Berlusconi, forse più che la scienza politica va interrogata l'analisi freudiana.
Non sappiamo quali fossero i rapporti in famiglia col papà naturale, nè se ha subito particolari traumi o soffra di insicurezza. A vederlo civettare in televisione non si direbbe ma restano ipotesi da non sottovalutare.
E' l'emblema della politica televisiva presentabile. Non dice mai nulla di troppo stupido o troppo intelligente, costruisce le frasi con una certa brillantezza e non si agita mai troppo. Ogni tanto si indigna ma senza mai urlare. Conscio che prima o poi verrà il suo turno.
Eppure nonostante sia da anni il politico che nei sondaggi risulta il più popolare resta sempre l'erede. Il delfino.
Dopo che Berlusconi lo aveva scaricato per fondare il partito del predellino sembrava aver tirato fuori un briciolo di dignità. Durata il tempo di una ospitata a porta a porta. Poi il capo con magnanimità ha riaccolto il fiogliol prodigo e lui scodinzolante e contento è tornato accucciato come prima. Più di prima.
Ma se uno nasce tondo può morire quadrato?

sabato 1 marzo 2008

Absurdistan


Invaghito ormai da qualche tempo della Russia dei russi e ahimè solo virtualmente delle russe ho macinato questo folle romanzo con grande curiosità.
L'autore anzitutto è russo poco più di me essendosi trasferito negli USA da San Pietroburgo (all'epoca Leningrado e come ama chiamarla San leningrado) all'età di sette anni ma proprio sulla doppia identità del protagonista, potentemente autobiografico, realizza una storia che appartiene tanto alla tradizione fantastica e satirica russa quanto al romanzo di formazione americano.
Insomma ci si muove fra Snack Daddy, l'obeso studente di multiculturalismo a New York e Misa, il figlio di un oligarca ebreo miliardario della mafia russa.
Se le prime pagine scorrono, senza particolari sbalzi, negli states dove facciamo la conoscenza del protagonista e dell'universo variegato e decadente che gli gira intorno, è nella natia Russia che il romanzo spicca decisamente il volo.
Una Russia in cui Misa approda per salutare il padre e da cui vorrebbe andare rapidamente via se ciò non fosse impedito dalla malsana idea paterna di assassinare un imprenditore dell'Oklahoma, precludendo così al figlio ogni possibilità di fare ritorno negli USA.

E l'unico modo per fuggire dalla prospettiva Nevskji e dalle notti bianche diventa la misconosciuta Repubblica dell'Absurdisvani, terra di imbrogli e corruzione, dove acquistare un passaporto belga è alla portata di chiunque sia in grado di pagare il giusto.
Ma proprio mentre il nostro eroe sembra assaporare il gusto dei cavoletti di Bruxelles esplode una bizzarra guerra civile tra le due etnie che si dividono il caucasico paese: Sevo e Svani
Il poggiapiedi sulla croce di nostro signore Gesù Cristo pende a destra o a sinistra? Le implicazioni teologiche sono esplosive come le cannonate che i mercenari tireranno sulla capitale Gorbigrad colpendo un giorno il quartiere Sevo e un altro quello Svani.

E Misa sempre più sofisticato e malinconico rimane ostaggio della famiglia della nuova fiamma, desiderosa di sfruttare la sua poco sentita appartenenza alla diaspora ebraica da farlo Ministro del multiculturalismo e dell'amicizia Sevo Israeliana.
Da stampare la missiva che scrive al governo di Tel Aviv per stipulare l'alleanza fra i due popoli.

Fra compagnie petrolifere desiderose di di mettere le mani sulla piattaforma di perforazione FIGA 6, mercenari ucraini, alberghi cinque stelle, agenti del Mossad, Hullyburton (ribattezzata dai locali Golly Burton) American Express, prostitute e ogni genere di intrallazzi la vicenda snoda in maniera surreale, ironica e tragica.
Fino alla presa di coscienza finale, dove ogni apparenza viene smascherata e la realtà si dispiega per quello che è: un enorme bluff sfuggito di mano.
Un puzzle in pezzi che gioca con l'esplosione dei paesi ex sovietici, gli interessi delle corporation e con le percezioni. La percezione che ogni popolo vorrebbe dare di sé all'opinione pubblica globale per guadagnarsi una favorevole copertura mediatica, desiderabile scorciatoia ai finanziamenti dell'onu, ai dollari usa o male che vada alla carità europea.
Ma soprattutto la percezione che ha di sé stesso un figlio della globalizzazione in lotta fra la pesante eredità paterna e l'acquisito status occidentale, con tutto il suo carico di malinconia e indeterminatezza.