mercoledì 4 giugno 2008

il divo





Sorrentino è largamente il miglior regista italiano degli ultimi anni. Ha esordito con il poco noto l'uomo in più, proseguito con l'ottimo le conseguenze dell'amore e realizzato un piccolo gioiello con l'amico di famiglia. Eppure mai ti aspetteresti di vederlo impegnato con il cinema "politico", quello che vuole raccontare la storia d'Italia senza ricorrere a metafore o allegorie.
E invece il divo prende il toro per le corna e ci narra la vita pericolosa del principale esponente politico del dopoguerra italiano: Giulio Andreotti.
A scanso di equivoci va detto che Sorrentino non è Marco Risi e il suo muro di gomma, non è Giordana e i cento passi. Ogni riferimento a Rosi, Diamanti e alla lunga lista di registi italici dediti al cinema impegnato pare fuori luogo. Ma anche quando si cimenta con un genere nuovo mantiene la sua cifra stilistica che lo rende immediatamente riconoscibile. E questa è prerogativa dei grandi registi.

Un film spaccato in due: Ascesa e declino.
La prima ora è dedicata al trionfante Giulio, circondato dal noto circo di saltimbanchi, mezze cartucce, imbroglioni, ballerine e clown. la Corrente andreottiana in tutto il suo splendore (e la sua miseria). Una rappresentazione granguignolesca della DC fatta di nomi che oggi dicono e contano poco ma che a cavallo fra gli anni 80 e 90 erano il cuore del potere: Sbardella, Ciarrapico, Evangelisti, Pomicino. A vederli così, ridicolizzati e ridicoli viene quasi da pensare che la seconda repubblica non sia così male...
Su tutti Giulio. E questo è il Sorrentino che ti aspetti, che mette al centro della scena il mostro, il deforme, l'inumano. Una bruttezza eccessiva, sovra esposta che rispecchia l'aridità interna del protagonista, la sua solitudine.

Andreotti nella cinematografia sorrentiniana è solo l'ulteriore pretesto per indagare un tipo umano fuori dall'ordinario, capace di creare un proprio sistema di valori in cui la socialità è ridotta a caricatura. Vedere le precedenti pellicole per capire quanto questo sia il tema preferito dal regista, dall'alienato broker Titta Di Girolamo de le conseguenze dell'amore al raccapricciante strozzino Geremia de l'amico di famiglia.

Sullo sfondo la storia con la s minuscola fatta di feste nei salotti romani e dei boatos nelle sale del transatlantico. Un racconto surreale, eccessivo, dove la vera personalità di Andreotti viene celata dalle battute sferzanti, la vanità non esibita e il cinismo più spietato. Fino alla corsa al colle più alto, il quirinale. Corsa interrotta dalle stragi di mafia dell'estate del 92.

La seconda parte del film cambia totalmente registro e diventa il resoconto quasi realista della lunga vicenda giudiziaria. Le accuse di mafia dalla procura di Palermo e quelle di essere il mandante dell'omicidio Pecorelli da Perugia. L'uomo Andreotti che si svela e si confessa oltre la maschera del potere ormai svanito. Servire il male per raggiungere il bene.
Sorrentino gioca a carte scoperte e non si nasconde dietro improbabili reticenze. Il punto di vista "politico" dell'autore è esplicito, messo in bocca allo stesso protagonista. Andretotti è colpevole. Colpevole anzitutto di essere il garante di un potere eterno e fine a se stesso, dell'ordine a tutti i costi e dell'immobilismo di cui lui è il simbolo.
E la pellicola non ci si risparmia niente, la scena del bacio con Riina, gli omicidi, le stragi e su tutti il fantasma di Moro.

Ma chi è Giulio Andreotti? Sorrentino lo fa dire alla moglie, unico personaggio con tratti di umanità insieme alla segretaria Enea. Non è un uomo dall'intelligenza appuntita, il grande statista, la mente inarrivabile che ama far credere. Le sue qualità sono altre, la battuta sempre pronta, l'ironia disarmante e la grande pazienza, la testardaggine e l'imperscrutabilità. Qualità evidentemente sufficienti nell'italietta democristiana per diventare il grande vecchio che tutto manovra.
Memorabile il faccia a faccia con Eugenio Scalfari. L'ipocrisia del giornalista grande accusatore che di fronte al divo ormai "impotente" gli rinfaccia tutte le accuse che girano sul suo conto da trent'anni. Accuse che si scontrano con l'altrettanto arguta replica di Andreotti per il quale anche il moralista Scalfari non ha esitato a rincorrere il suo aiuto quando Repubblica era minacciata da Berlusconi. E l'indulgenza, come le attenuanti, non la si può invocare per se stessi e negare agli avversari.

Un film complesso e pretenzioso, che usa diversi stili, cambia registro in continuazione e che può anche spiazzare, ma che rimane sempre leggero e godibile nonostante il tema trattato.
Dal grottesco, al pulp, dalla parodia al neorealismo.
Pare che l'Andreotti Giulio sia uscito dalla visione privata incazzato come mai in passato, lui che delle mille imitazioni e diecimila soprannomi maligni aveva fatto un vanto.
Come non capirlo? vedersi riflessi in uno specchio deformante anche per chi è abituato ad essere chiamato Belzebù non deve essere un'esperienza gratificante. Specie se si è convinti di essere stati assolti oltre che dai tribunali della giustizia ordinaria anche da quelli della storia.

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