lunedì 20 ottobre 2008

birra artigianale: too much italian


Sono reduce da un breve ma intenso viaggio in USA e Canada di cui parlerò magari anche per altri motivi, ma la questione che mi sta a cuore adesso è fissare alcune considerazioni sul per me importante mondo della birra che qua chiamiamo artigianale e che vede senza dubbio negli USA il principale attore mondiale da anni.
Insomma voglio spalare un po' di merda sulla scena birraia italiana.

All'ombra del colosseo, come del duomo o della torre di Pisa, la produzione brassicola di qualità avviene esclusivamente al di fuori del circolo dei giganti industriali noti a tutti. Non dico negli scantinati ma poco ci manca. Così che le uniche birre decenti sono realizzare da piccoli microbirrifici spesso più vicini alla logica dell'homebrewing che alle regole che soprintendono un processo industriale. Micro che non arrivano al decennio di vita e spesso neanche al lustro.

Di questa realtà carbonara ci si autocompiace. Tanto che sembra obbligatorio apparire dei disadattati nerd convinti di celebrare a ogni cotta una santa messa destinata a un ristretto pubblico di fedeli, per avere l'approvazione della ormai abbastanza nutrita comunità dei bevitori consapevoli.

Da cui la glorificazione di un idealtipica birra artigianale (alleluja allelujà) da contrapporre a quella commerciale (buuu fischi per lei). Senza ovviamente che si capisca cosa renda una birra degna di potersi fregiare del titolo di artigianale. Che sia buona o faccia schifo sembra una sottigliezza assai poco importante.

Io non so quanti ettolitri sforni annualmente la Samuel Adams, o la Stone o la Dogfish. So però che sono industrie a tutti gli effetti e che producono birre della madonna. Se siano gestite da sacerdoti porporati o da consigli di amministrazione in doppiopetto me ne frega nulla. Fanno birre eccellenti che vengono vendute in molti i pub degli states e distribuite anche nella GDO. Non bisogna aderire alla massoneria per farsene un paio di quelle buone e anche il più sfigato dei bevitori di peroni può trovarle al supermercato affianco alla Bud light a prezzi abbordabili.

A guardare le foto presenti sui loro siti very professional sembrano aziende di discrete dimensioni con annessi e connessi. Insomma rispetto alle odiatissime SAB Miller, Bud ecc ecc la differenza principale, l'unica che per me conta, è nella qualità del prodotto. E' questa l'unica cosa che sta a cuore a me consumatore.
Le masturbazione mentale sulla malvagità della grande industria fa cilecca proprio nell'impero del male, in quello che è il mercato più spietato del globo.


Magari un tempo anche le più (giustamente) celebrate etichette figlie dell'american reinassance sembravano (o erano) quello che sono ora in Italia i microbirrifici: scantinati fuorimano, gestite da dilettanti allo sbaraglio e mastri birrai dotati solo della loro passione. Poi quelli che hanno saputo creare prodotti di qualità immagino abbiano investito sulle loro creature, ampliato gli impianti e creato una rete commerciale in linea con quello che fa ogni azienda desiderosa di confrontarsi con il mercato.
Del nome del mastro birraio mi interessa fino a un certo punto, che abbia girato il mondo assaggiando le spezie dell'Himalaya e che il Buddha gli sia apparso in sogno dettandogli la sacra ricetta per replicare il nettare degli dei ancor meno.

Il punto è questo. Se la birra la produci solo per te e i tuoi amici, o per venderla nel tuo locale, ha un senso parlare di artigianalità, rispetto a cui sono scusabili errori e mancanze, ma se la vendi e a prezzi tutt'altro che contenuti a chiunque la voglia acquistare, allora la "passione" è un optional che non mi interessa. Un vacuo slogan per valorizzare il tuo business.

Artigianale.
Forse un alibi per beveroni velenosi che cambiano gusto ogni fusto? o una scusa per giustificare prezzi di vendita elevatissimi a fronte dei contenuti investimenti effettuati?

Per non parlare poi dei custodi della sapienza maltata. Le varie sette di vestali in guerra fra loro per erigersi ad uniche paladine della verità ad alta fermentazione.
Ognuno difende il proprio orticello di malto e luppolo, si spara a zero su chi osi proporre qualcosa di diverso, fosse anche una degustazione presentata da qualche nome estraneo alla chiesa dominante. E si mantiene artificialmente chiuso un mercato che se invece liberato dalle seghe mentali, potrebbe portare una ventata di aria fresca in tutti i locali e supermercati del regno.

2 commenti:

Omar ha detto...

Condivido appieno l'invettiva di Zoom, la quale mi ricorda una famosa sura del
Corano: la sura dell'artigiano presuntuoso. A La Mecca viveva un artigiano talmente presuntuoso che un giorno penso' di essere piu' importante dell'Imam. Allah lo fece morire fra indicibili dolori.

sp ha detto...

sei andato per cercare il marcio di new york, ma come al solito hai trovato quello italiano... ma alla fine in qualche pub rinomato ci siete andati?! sarei stata curiosa di sentire il tuo parere sulle microbrewery del midwest. la prossima volta...