martedì 11 novembre 2008

un anno dopo


LA GIUSTA DISTANZA
No, non lo sapete. Non lo sapete perché ieri pomeriggio e ieri sera è successo quello che è successo. Ed è proprio questo il motivo per cui succede e continuerà a succedere. Per la distanza che da trent’anni ci separa. Una giusta distanza. Tutti scrivete, tutti sapevate, tutti avete opinioni e soluzioni. Ma nessuno capisce che in realtà è la distanza che determina questo stato delle cose. Una distanza sempre uguale, da sempre, da Furlan a Sandri, da Colombi a Raciti. Ma quale caccia al poliziotto..ma quale l’agente voleva fermare la rissa..ma quale complotto al derby sospeso. Non è colpa di nessuno se in questo paese l’abitudine all’impunità è diventata assuefazione. E chi non si assuefa, per volontà, per mancanza di strumenti o per il rifiuto di strumenti, che ad altro non servono che a sopportare, fa quello che fa. Reagisce. Agisce. Sbaglia. Fa bene. Fa male. Ma fa. Sappiamo tutti che quell’agente non pagherà. Ci hanno abituato a questo. Ci hanno abituato nei secoli. Ma anche recentemente. E non pagherà perché la tensione che si è inevitabilmente alzata verrà usata(di fatto già lo è) per pareggiare il danno. Ma il danno culturale, la frattura..la distanza non è così che si ripara. Così si afferma. Si sentenzia. Si scolpisce dentro le persone, nella loro vita quotidiana, nei pensieri, nei gesti e nello strato più profondo dell’animo. La distanza. Giusta perché ancora una volta nessuno ammette, nessuno si dimette, nessuno è e sarà vero nella verità delle cose. Nessuno ha sparato come conseguenza di uno scontro tra ultras. A uccidere Raciti non è stato il diciassettenne. Il bambino morto al derby è stato creduto possibile da 70.000 persone perché 70.000 persone erano testimoni dalle 18 di quel pomeriggio della violenza dei reparti della finanza attorno allo stadio olimpico. La distanza la mettono i pomeriggi domenicali con le loro discussioni sull’accaduto affidate a Moggi e Belpietro. Condannano l’odio. Loro, che di odio sono maestri nelle rispettive vite professionali. La giusta distanza la mettevano gli opinionisti Biscardiani che se le davano peggio che in qualsiasi autogrill dell’A1 e che oggi scrivono editoriali condannando ieri pomeriggio e ieri sera. Pareggia. Pareggia il danno. Sandri è morto come un qualsiasi pischello Napoletano che senza casco sul motorino a 14 anni viene sparato alle spalle perché non si ferma ad un controllo di polizia. Sandri è morto come un qualsiasi operaio pagato in nero che casca da un ponteggio di otto metri. E’ morto in un modo assurdo e ingiusto. E’ la paura che questa morte resti tale a mandarti fuori di testa. Perché è POSSIBILE che resti tale. Possibilissimo in questa società civile dove quattro cazzotti o venti minuti, o un’ora di tafferugli contemplano spari in faccia mentre migliaia di famiglie rovinate da un crack finanziario possono andare a fare in culo. Loro. E non chi li ha ridotti così. Questo è quello in cui le giovani leve crescono e senza accorgersene incamerano. Questa è l’acqua che bevono. La carne che mangiano. I sogni che non sognano. Questo è quello in cui i più adulti cercano di galleggiare. E’ questo il nostro paese di cui si canta l’inno. In cui uno che si dopa in tv vince il pallone d’oro ed è chiamato a testimone dei valori dello sport.
La distanza ce la teniamo. A questo punto la pretendiamo. In lei ci riconosciamo, la difendiamo. Ci saranno sempre due verità nello stato delle cose. La nostra la sappiamo. La sapremo sempre e sempre la cavalcheremo. Senza sosta, senza tregua. Non curandoci delle “leggi del branco” con cui cercano di incasellarci in sondaggi e programmi tv o affibbiando stemmi di partito o appartenenze terroristiche. Che dicano, che scrivano, che reprimano. Biglie, sassi, punteruoli. Era un ragazzo buono e gentile. E se fosse stato cattivo? Faceva differenza? Doveva morire con tre, quattro botte invece che una? Una morte insegna sempre. Per questo il modo migliore di ricordare Gabriele è dicendogli grazie anche se non si conosceva. Grazie perché molti da ieri saranno persone migliori. Lontano adesso. Distanti. Giustamente distanti. E lui è qui dalla parte nostra.
E’ loro il disagio sociale. Soltanto loro regà.
(12 novembre 2007)

lunedì 10 novembre 2008

la banda Baader Meinhof


Ovvero le BR tedesche. Ma se nella realtà furono le br nostrane a ispirarsi alla RAF tedesca non vi è dubbio che in questo caso il debito di riconoscenza sia del cinema crucco verso quello italiano.
E per essere più precisi verso romanzo criminale.
Ormai i tedeschi ci hanno preso gusto a girare film sul proprio passato recente. Dopo good bye lenin e le vite degli altri, che parlavano per lo più della Germania Est, viene il turno degli anni di piombo da questa parte del muro, che fra l'altro si chiamano così proprio grazie a un film tedesco non memorabile se non appunto per il titolo.
Nascita, ascesa e suicidio della più sanguinaria banda armata della sinistra extraparlamentare tedesca, che attraversa a suon di tritolo la prima metà degli anni settanta e anche quando finisce in gattabuia non cessa di alimentare i sogni e gli incubi insurrezionali di una generazione.

Eppure il film come ricostruzione storica non sta in piedi. Non perché travisi i fatti, anzi dei fatti fa un racconto anche eccessivo, di omicidio in omicidio, appesantendo oltre misura la narrazione, bensì perché a voler mostrare una certa equidistanza cerchiobottista (condannare gli uomini ma non le idee) il regista finisce per tagliare i personaggi con l'accetta.
Ne esce la fotografia a bassa risoluzione di una banda di esaltati, annoiati e pure antipatici borghesi, che citano Lenin e Mao come fossero baci perugina e conducono una vita da comune parigina + polvere da sparo.
Vuoti slogan e vere pistolettate.
Così il film scivola di rapimento in dirottamento senza che la psicologia degli appartenenti alla banda ne guadagni di credibilità.
Sullo sfondo rimangono insoluti gli interrogativi che pure si affacciano nella mente degli spettatori meno ferrati.
Ma sti matti dove e come imparano a fabbricare bombe degne dell'ispettore gadget, a sparare come Vassily Zaitsev nel nemico alle porte? chi gli procura contatti e viaggi premio nel mondo della guerriglia araba? perchè si fanno tanti emulatori che portano avanti la lotta armata ben oltre la loro cattura?
Alla fine sembra di aver assistito a un buon gangster movie, pieno di topa (sì, le terroriste sono tutte fighe incredibili e assatanate) ma povero di idee. E romanzo criminale è scritto, girato e recitato molto meglio.