lunedì 11 maggio 2009

Coincidenze?


A Flavio certe storie non erano capitate. Quantomeno quando è solito che capitino. Aveva altri interessi, altre aspettative, altri occhi.
Che poi a dire che non gli sarebbe piaciuto, suonerebbe falso.
E forse per par condicio o gusto verso il paradosso quando si è svegliato trentenne non si è meravigliato troppo a scoprirsi preparare la borsa per il calcetto. Poi una birra con gli amici e la Roma al pub.
A quaranta avrebbe fatto la pace con i calendari. Ma in quel momento non se ne preoccupava. Perché se la mattina vai a lavoro come a scuola, ti preoccupi al massimo di non essere scoperto a fare sega. Ed era stato scoperto così tante volte che non provava più alcuna paura.

Flavio e i film in testa. Con le battute che non si fanno ricordare mentre vanno a mescolarsi a quel che resta dell'ennesima serata passata tra un pernod e troppe medie.
Il millesimo venerdì sera uguale al precedente. Salvo che per quel risveglio il giorno dopo con il solito mal di testa ma un inusuale sorriso sulle labbra.
Senza il timore una volta tanto di averla fatta grossa, troppo grossa per non doverne pagare un giorno le conseguenze.
La dolorosa sensazione dell'immobilità, l'incapacità di imprimere un cambiamento. Sensazioni consuete e stranamente assenti.

Che se i sogni di Flavio fossero usciti dai giornaletti che le ragazzine leggono al liceo, questo sarebbe piaciuto pure a lui, dall'inizio alla fine.
Lungo un bancone aveva costruito il suo mondo. In quell'universo non sbagliava un colpo o una battuta.
Tutto lo scibile capace di scorrere tra una spina e l'altra, di insinuarsi sotto uno sgabello per poi riapparire dall'altro lato del bancone, pronto a mutare oggetto cento volte e contenuto duecento, lui lo sapeva dominare. Come novecento il suo pianoforte nel pianista sull'oceano.

Dalla birra del borgo a Chuck Palaniuck o a Jonathan Coe, che a ben pensarci una storia così l'avrebbe descritta proprio bene Jonathan, molto meglio di Chuck, a cui era sempre appartenuto il discutibile privilegio di raccontare i suoi week end.

Se fosse stato un mediocre regista avrebbe girato così: con le luci basse e il brusio di sottofondo, gli sguardi appannati e le parole lente. Senza stacchi di macchina. Un morbido piano sequenza a partire da lontano, dagli esterni. Fluido ad avvicinarsi ai protagonisti per infine bloccarsi su un doppo primo piano.

-Una serie di impressionanti coincidenze, impossibile negarlo.
-Forse un giorno ci sarà una scienza in grado di decifrare tutto questo. Intanto le chiedo scusa del disturbo.
-Nessun disturbo, anzi, è stato un piacere.
-La saluto, gentile signorina.
-La saluto, cortese signore.

E se ne andarono di buon passo, ognuno per la sua strada

E nessuno ci sarebbe andato a vederlo quel film. Anche se il finale voleva fosse diverso

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