giovedì 9 settembre 2010

Fini e Mentana: destini incrociati



La prima cosa da dire è che il Tg di Mentana su la7, coperto dai plausi di tutti i commentatori, è in realtà un Tg datato. Mentana straborda, commenta, sottolinea. Un autentico one man show. E incredibilmente quella che era la principale dote di “mitraglia” è svanita. E’ diventato lento!
Ciò nonostante conduce il miglior telegiornale oggi su piazza: dà le notizie invece di nasconderle, spiega e approfondisce i fatti laddove la norma è propinarci, a commento di ogni scorreggia di cane, l'arguta opinione di capezzolone piuttosto che franceschiello. Soprattutto concede ospitalità ai banditi del servizio pubblico e privato.

L'altro ieri il primo scoop. Ospite in studio, per una decina abbondante di minuti il personaggio dell’estate, nonché presidente della camera Fini. Intervistato senza troppi salamelecchi da Mentana in persona.
Fra i due è parsa subito evidente una particolare empatia. Li accomuna la medesima storia recente. Gli stessi errori, gli identici pentimenti, le speculari e tardive denunce dell'insostenibile potere del tiranno.

Mentana è stato per anni la foglia di fico dell’informazione berluscoglionizzata. L’equilibrato Tg di Chicco consentiva al nano di straparlare in difesa del pluralismo, stella polare in mafiaset.
Il volto credibile del biscione, la faccia pubblica da mostrare ai party bene. Dove fidofede e straccio liguori non erano ammessi, causa le quintalate di saliva che lasciavano sulla moquette.

In cambio Mentana, che nel 94 non aveva certo la storia o la credibilità di un mostro sacro, ebbe l’opportunità per anni di condurre un telegiornale non paludato, veloce e popolare. E di godere di un’autonomia sconosciuta ai suoi dirimpettai.
Una certa tutela dell’immagine del capo era doverosa anche al tg5, ma per l’ambizioso direttore soprassedere su qualche servizio a domicilio costituiva male minore. Daltronde in quella breve stagione i suoi colleghi di azienda rispondevano al nome di Santoro (!), Luttazzi (!) Paolo Rossi (!).

Per Berlusconi era fondamentale non fornire armi che consentissero al centro sinistra di portare avanti le sacrosante battaglie per spezzare il monopolio televisivo e risolvere il conflitto di interessi.
Disporre di tre reti ma farne un uso moderatamente propagandistico fu la trovata geniale del preferito dai corleonesi. Tutelare qualche spazio di libertà per annientarlo appena se ne fosse avuta l’occasione. Occasione che immancabilmente si presentò con la caduta di Prodi e la successione di un modesto autore della casa editrice del nano, tal dalema. Seguita dalla scontata vittoria elettorale del cavaliere alle elezioni politiche del 2001.

Caduto il centro sinistra la situazione a Cologno monzese è subito mutata. Il potere berlusconiano ha mostrato il volto per anni camuffato.
Dopo mediaset, la Rai. Stesso copione, stessa regia. Prima la cacciata dei nemici conclamati, poi l'allontanamento degli indipendenti, dei battitori liberi. Quelle anime belle che pensavano bastasse mostrarsi distaccati verso gli interessi del capo per aver salva la carriera. Ma al sultano non bastava e pretendeva l'epurazione di tutti coloro non si mostrassero pronti a scambiare la penna con la lingua. Fino all'arruolamento di una pletora di pennivendoli buoni solo a sbattere i tacchi e di veline repentine nell'aprire le cosce.

Mentana ha per anni in silenzio registrato il contrarsi della libertà prima e della decenza poi. Nel suo gruppo editoriale, nella sua rete e infine nel suo stesso Tg.
Allontanato dalla sua creatura per far posto al giannizzero rosella e al pretoriano minimum, confinato nella ridotta di Matrix neanche allora ha trovato la forza di dire no.
Le pressioni sempre maggiori dell'editore per stabilire l'agenda della trasmissione. il veto esplicito sulla scelta degli invitati. Infine le dimissioni e la denuncia della trasformazione dei comitati di redazione in uffici stampa di Forza Mafia. Peccato che tale fenomeno datasse almeno un lustro abbondante.
Meglio tardi che mai.


Gianfranco Fini nel 94 era il segretario del MSI e tanto basta per capire come mai salì con tanto entusiasmo sul carro berlusconiano. Da grigio leader di un partito sepolcro cui era fisicamente impedito di fare politica a numero due della coalizione di governo. Da fascista impresentabile a testa fine del centro destra.

Una carriera inattesa e spettacolare: ministro, vice presidente del consiglio e infine presidente della camera. Una cavalcata cui rimaneva però precluso l’ultimo gradino, il più ambito, la nomina a erede universale del satiro.

Gianfry per quindici anni ha assistito complice al dilagare della metastasi berlusconiana. Le decine di leggi ad personam, la tutela smaccata degli interessi economici più inconfessabili del capo e dei suoi accoliti, la promozione a tutti i livelli di una classe dirigente formata da prostitute, cocainomani, strozzini, ladri, grassatori, esponenti della mafiacamorrandrangheta, o più frequentemente semplici coglioni senza arte né parte.

Gianfri e l’imbarazzo mal celato verso le quotidiane gaffe della parodia chapliniana di uno statista, in realtà uomo disturbato, sempre più scollegato dalla realtà, ostaggio di ragazzine piacenti, signorsì dagli appetiti voraci e malversatori di ogni stampo.

Poi la ribellione da lungo covata, causata non da un singolo evento quanto dalla presa di coscienza che il berlusconismo non ha colore politico, non segue programmi, non pone traguardi, non conosce valori. L’uso immorale del potere per appagare gli istinti più bassi dell’essere umano.
E oggi lo strappo definitivo. Meglio tardi che mai.


Fini lo spazio politico che Berlusconi gli ha consegnato nel 94 lo avrebbe occupato lo stesso, anche senza l'appoggio del magnaccia, poiché era il bipolarismo a imporlo. Sarebbe stato probabilmente un processo più lungo e faticoso, ma dal sicuro successo perché l'unica personalità popolare e credibile da contrapporre ai progressisti era proprio lui.

Mentana non avrebbe avuto difficoltà a costruirsi una carriera giornalistica di tutto rispetto in un nuovo polo televisivo, quel polo che si sarebbe costituito per forza di cose risolto il nodo gordiano della concentrazione mediatica nelle mani del piduista.
Apparentemente sia Mentana che Fini hanno giovato dell’appoggio del Berluscone. Hanno professionalmente ottenuto più di quanto avrebbero avuto senza.

Non è così.

Perche a guadagnarci è stato sempre e solo il grande venditore. Che senza l'appoggio di Fini e Mentana avrebbe chiuso bottega per i colossali debiti, collezionato decine di condanne per l’incredibile numero di reati commessi e conclusi mestamente la parabola esistenziale come latitante in una delle tante ville off shore. Alle amate Cayman piuttosto che Antigua. Al riparo dalla galera, ma solo, rabbioso e dimenticato da tutti.

Invece grazie alle leggi ad personam (appoggiate da Fini e coperte da Mentana), alla sistematica corruzione di testi e magistrati, alle pressioni formidabili esercitate ad ogni livello della macchina giudiziaria e investigativa ad opera dei suoi sgherri avvocati, lo troviamo là. Potente e arrogante come mai.
Fini e Mentana, destini complici e incrociati.

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