giovedì 2 settembre 2010

Sapri 1943: eran 83. Erano giovani, eran vecchi, eran donne, eran bambini e sono morti



Sapri è un amena località solo in parte turistica. Pur essendo affacciata su di un bel golfo, la pesca occupa una porzione trascurabile della popolazione. Ha un porto perennemente in costruzione, ma di certo non è un attracco commerciale rilevante. Si estendono altipiani e pascoli alle sue spalle, ma non vive di agricoltura e pastorizia.
Sapri giace là con i suoi 7 mila abitanti che ogni giorno diventano qualcuno di meno.

Deve la relativa celebrità a una modesta poesia risorgimentale, che più di narrare romanza le sfortunate gesta di un patriota napoletano dagli occhi azzurri, Carlo Pisacane.
Sconfortato dall'immobilismo che caratterizzava il movimento per l'unità d'Italia in seguito alle sconfitte del '48, decise di intraprendere un'iniziativa solitaria, eroica e disperata. Confidando di scuotere le coscienze sopite, il nostro capitano coi capelli d'oro, si impadronì di un vaporetto che da Genova doveva andare a Tunisi e liberati trecento galeotti dal carcere di Ponza, fece rotta su Sapri, con l'intentò di scatenare un insurrezione anti borbonica nel Cilento.


Nonostante l'uguaglianza del numero, le gesta di Leonida e dei suoi ben più battaglieri uomini apparvero subito lontane, giacchè a decimare l'improvvisato esercitò provvide non la sconfinata armata di Serse ma neanche l'assai meno bellicosa macchina militare borbonica.
La disfatta avvenne per mano contadina, la cui furia fu scatenata dai saccheggi compiuti dai trecento per sfamarsi. Correva l'anno 1857, solo tre anni dopo un'impresa per molti versi simile avrebbe sortito ben altri risultati.


Una storia minore che solo la roboante propaganda postunitaria ingigantì consegnando a Sapri un ruolo nella Storia nazionale che non sembrava molto interessare i rari pescatori e più numerosi contadini, residenti nel golfo avaro di pesci quanto di frutti.

Non erano passati cento anni quando gli anglo americani preparavano uno sbarco assai più significativo di quello di Pisacane, l'operazione avalanche, che avrebbe catapultato a partire dal 9 settembre 170.000 uomini sulle spiagge intorno a Salerno. Con la speranza subito frustrata di risalire rapidamente lo stivale e annientare la resistenza tedesca. Era il 1943 e la seconda guerra mondiale vedeva l'Italia sconfitta, umiliata e invasa.

Ma a Sapri la storia non ama mostrare la faccia più nota. Non Garibaldi ma Pisacane, non avalanche ma 34 misconosciuti bombardamenti aerei che cancellarono il paese e lasciarono 83 morti sotto le macerie.

Il turista distratto passeggiando per il più bel lungomare della costa, o per la verdeggiante villa comunale, nota a stento l'aspetto moderno della città, la quasi totale assenza di edifici con più di 60 anni o del tipico dedalo di stradine e case di pietra che caratterizza i paesi limitrofi. In pochi si interrogano sulle ragioni di tale differenza urbanistica.

Sotto le bombe aeree ad andare persa oltre la città vecchia pare sia stata la memoria.
A Sapri fino a pochi anni fa non esisteva neanche un sasso a ricordare quelle infauste giornate. Ancora oggi la pagina internet del comune ci parla delle origini romane, delle incursioni saracene e ovviamente di Pisacane, ma non una parola sui bombardamenti.


Dove non arriva la storia ufficiale si ferma anche quella popolare fatta di passaparola e tradizione orale. I vecchi di Sapri non ne parlano mai, non rivangano il doloroso passato con i nipoti o con i compagni di biliardo al bar, dove le chiacchiere raramente si discostano dal qui e ora di un eterno presente destinato a replicarsi sempre uguale a se stesso, fra dignitosa povertà ed emigrazione.


Neanche la toponomastica giova al ricordo. A fianco alle immancabili piazza plebiscito, corso Garibaldi e perfino via Kennedy (non è dato sapere se dedicata a John piuttosto che Bob, oppure collettivo omaggio all'importante dinastia americana), non esiste un vicoletto intitolato alle vittime dei bombardamenti.

Perfino google si arrende di fronte al silenzio che ha inghiottito una pagina di storia che ci si aspetta sia centrale per Sapri e i sapresi.

Una rimozione collettiva difficile da spiegare, che rende impervio ricostruire quanto accadde. Nessuna pubblicazione sponsorizzata dal distratto comune, nessun sito internet dedicato da qualche associazione civica. La pubblicistica locale ama disquisire del brigantaggio post unitario, degli anarchici locali, della cucina cilentana e finanche dei movimenti per la costruzione dell'ospedale negli anni 70. Ma l'estate del 1943 rimane un tabù duro da scalfire.


Quale fu l'obiettivo militare dei comandi alleati? lo scalo ferroviario? il porto? eventuali opere di fortificazione presidiate dai tedeschi?
Chi sganciò le bombe? gli inglesi? gli americani? Furono presi provvedimenti per salvaguardare la cittadinanza e come furono gestite le operazione di salvataggio dei sicuramente numerosi sepolti vivi? La ricostruzione fu pianificata o improvvisata?
Domande a cui non è possibile dare una risposta e che non sembrano interessare più di tanto chi ha perso un nonno, uno zio, un parente sotto le macerie.





La chiesa di San Giovanni fu centrata da una bomba e crollò. Si salvò quasi miracolosamente il campanile adiacente, risalente al 600. Nel giugno del 2010 è stato abbattuto per fare posto alla nuova chiesa.














1 commenti:

riccardo ha detto...

www.sapri.org - "cenni storici" ed altro.

Bisognerebbe effettuare un'analisi approfondita su quanto l'elemento "stazione ferroviaria" ha inciso nel tessuto sociale saprese a partire dal 1900 circa. Nel dialetto, negli usi, nell'apertura mentale dei cittadini. Modifiche che di positivo hanno consentito l'annullamento quasi totale del campanilismo, con l'assenza di ogni forma di sospetto nei confronti dei forestieri. Per contro l'innesto copioso di gente proveniente da altre culture e realtà, ha fatalmente diluito quella che ancora oggi, forse a sproposito, viene definita "sapresità", con il risultato che potrebbe giustificarsi il filo conduttore del testo che ho il piacere di commentare.
Tutte le realtà di confine, Sapri è tra queste, seppur non possiedono un'anima propria, hanno il pregio di possedere mille anime che le rendono, questo sì, difficili da comprendere, ma che sono crogiolo di esperienze esaltanti e comunque mai scontate.
Un caro saluto.


Cordiali saluti.