mercoledì 30 luglio 2008

Ariotto e Achille

Sull'unità di qualche giorno fa c'era un noioso articolo di Mariotto Segni sulla necessità di andare al referendum per abolire il lodo Alfano. Nel merito nulla da eccepire. La legge è palesemente incostituzionale e per il solo fatto di averla firmata Napolitano andrebbe messo sotto impeachment per attentato alla costituzione, ma non è questo il punto.


Mariotto Segni era nel 1992 l'uomo politico più acclamato d'Italia. La rivoluzione dei referendum sul maggioritario si era compiuta sotto il suo nome e dalla devastazione di tangentopoli era uscito rafforzato nonché privo di seri competitori. Sembrava l'uomo giusto al posto giusto.


Appariva come il certo vincitore delle elezioni che prima o poi si sarebbero tenute. Avrebbe avuto lui, docente di di diritto costituzionale di discreta fama, il compito di riscrivere le regole fondamentali su cui fondare la seconda repubblica affinché questa non diventasse la brutta copia della prima ed evitare che ricadesse nei vizi che ne avevano decretato dopo la sclerotizzazione la morte. Ancora oggi a leggere i suoi sempre più rari e meno ascoltati interventi nella dibattito politico, si vede come in tema di legalità ed equilibrio fra i poteri avesse le idee chiare.
Probabilmente l'Italia non sarebbe lo stesso diventata il faro delle libertà civili, invidiato esempio di salde e funzionanti istituzioni democratiche. Daltronde una classe dirigente degna di questo nome non si improvvisa e le ragioni del declino affondano le radici in mali più antichi di quelli a cui avrebbe potuto porre rimedio una buona riforma costituzionale. Ma molti degli scivoloni verso il disastro che si sono susseguiti nell'ultimo quindicennio si sarebbero evitati.



Le cose però, nella fluida stagione fra il 92 e il 94, andarono come sappiamo. Mariotto tergiversò per mesi senza decidersi a fondare un suo movimento che si opponesse in maniera credibile all'alleanza di Occhetto. Ma non optò neanche per le larghe intese attraverso cui riscrivere le regole a cominciare dalla legge elettorale.


Grazie al referendum era nato un sistema bipolare in cui se un cardine era rappresentato dai progressisti, l'altro stentava a delinearsi. Il nostro professorino sardo invece che proporsi quale leader nazionale e aggregare le forze disponibili a mettere su un progetto riformista, ondeggiò fra l'alleanza con la lega e gli inciuci con la Sinistra per finire col fondare tardivamente un poco credibile polo di centro che era l'esatta negazione del principio maggioritario.

Rimaneva così aperto un enorme spazio politico che qualcuno avrebbe inesorabilmente occupato: Berlusconi

Il Cavaliere usando suo solito le tre clavi catodiche oscurò ariotto per tutta la campagna elettorale ed ebbe gioco facile a spazzarlo via, assicurandosi il voto di quella fetta di italiani che non si riconoscevano nei progressisti. Il resto è storia tragica e recente.


Dopo quindici anni culminati con lo stupro del lodo Alfano appare chiaro come Segni avesse tutte le qualità morali e politiche per edificare un insieme di regole utili a rendere l'Italia da un lato governabile e dall'altro immune dalle derive populiste da cui sarebbe ahinoi stata avvinta. Ma appare ancora più evidente come la totale mancanza di carisma e determinazione gli impedirono diventare il padre della patria di cui il paese aveva bisogno. Da là in poi non ne avrebbe indovinata più una e se Berlusconi è potuto diventare il Moloch che oggi è, lo deve anche all'inettitudine di Variotto, Ariotto, Mariotto.


E se la responsabilità del disastro politico berlusconiano è imputabile all'ignavia di Segni va anche aggiunto che una mano decisa gli fu fornita da Occhetto. E se Segni almeno qualche qualità la possedeva, trovare in Piè veloce Achille un solo motivo per considerarlo degno erede della prestigiosa tradizione comunista è impresa impossibile.


Dopo le trionfali amministrative del dicembre 93 credeva di avere la vittoria in pugno. Con il 30% dei voti. Se non fosse stato una nullità politica avrebbe compreso come il compito storico che gli si poneva davanti non era tanto vincere le elezioni politiche, ma edificare il sistema delle alternanze deputato e guidare il paese nei decenni a venire. Con la certezze che prima o poi sarebbe venuto anche il suo turno.


Da un lato una sinistra moderna e dall'altro un partito conservatore credibile. Scimmiottando i sistemi anglosassoni qualcosa di buono sarebbe potuto uscire anche qua.


I progressisti, con tutti i loro enormi limiti, parevano una sinistra europea. Rimaneva il fatto che il loro consenso non si scostava da quello che aveva sempre arriso al vecchio PCI. E forse pure qualcosa in meno.

E proprio quello che era stato l'ultimo segretario del PCI e il fondatore del PDS aveva il dovere morale di capire che per portare al governo la sua creatura, era necessario consentire la nascita di una controparte politica autorevole. Da lui legittimata e che lo legittimasse quale leader di un partito/coalizione capace di governare il paese senza traumi.

Paradossalmente la sinistra doveva in virtù della sua assoluta forza in quel momento storico individuare e far crescere l'avversario politico. Che in quel frangente rispondeva al nome di Mariotto Segni.


Purtroppo nè Segni nè Occhetto furono all'altezza della situazione e lo sbocco che prese la crisi fu il peggiore possibile. Se oggi piangiamo il deserto politico, morale e sociale è doveroso ricordare come le porte al barbaro furono aperte dall'inettitudine dei suoi rivali.

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