lunedì 28 settembre 2009

Open Baladin






Sono andato a vedere il nuovo locale inaugurato di recente a via degli specchi, proprio a due passi da campo de’ fiori, da quello che è sempre più il deus ex machina della birra artigianale italiana: Teo Musso patron del birrificio pioniere nel rinascimento brassicolo tricolore, insieme a Leonardo Di Vincenzo, della Birra del Borgo. Rimanendone assai colpito.
Parliamo ovviamente dell’Open Baladin.

In Italia non si è mai visto nulla del genere. Quaranta spine, centinaia di birre in bottiglia, diverse sale e salette, una cucina di assoluto livello.

Si potrebbe continuare a sperticarsi in compimenti per molti paragrafi e sarebbero tutti complimenti meritati, pero mi interessa fare un discorso sui generis sul significato che questa iniziativa per forza di cosa riveste.

L’idea è quella di usare l’indubbia visibilità che l’Open è destinato
ad avere per promuovere la birra artigianale italiana tout court.
Si tratta del più ambizioso tentativo di placement del prodotto birra dalla nascita dei primi micro nello stivale non troppi lustri fa.
Non è solo la presenza dei principali produttori nazionali, tutti a far mostra delle proprie creature lungo il bel bancone, ma l'evidente pretesa di rappresentare la Vetrina Ufficiale dello stato dell'arte. L’immagine che la birra artigianale vuole comunicare di sé.

L’Open non è un pub. Non lo è per come è strutturato e arredato, per come sono distribuiti i tavoli, i divani e gli sgabelli. Soprattutto non lo è per la gente che già da questi primi giorni ci si sta riversando.
E che non è difficile immaginare in futuro sarà sempre più distante dal tipo umano che bazzica il macche, il 4:20 o il mastro Titta.

Non parliamo solo della differenza antropologica rispetto alla clientela dei più noti pub romani, ma parliamo di un pubblico altro anche rispetto al tradizionale riferimento degli appassionati dell’artigianale a Roma.

Quello cui l'Open mira e con lui la birra artigianale ivi rappresentata, è un pubblico di classe sociale medio alta, dalla capacità di spesa elevata e attenta ai particolari. Esigente e a la page. Un pubblico giovane ma non troppo, che ritiene di aver trovato nella birra artigianale un succedaneo originale, più trendy, all’imbacuccato universo del vino made in italy.

Gli abbinamenti con cibi semplici ma elaborati nella presentazione, la quasi esclusiva presenza di calici da 33 a sottolineare che qua la birra si degusta (e paga) come un prodotto di eccellenza (e certo non se ne fa un consumo monstre), sono tutti indizi che fanno una prova.
Il consumatore italico di malto e luppolo, Teo e Leonardo lo vanno a cercare in quella nicchia di mercato che finora non si era interessata più di tanto all'argomento.

Insomma una rischiosa mossa di marketing apparentemente azzeccata, ma che non può che lasciare un po’ di amaro in bocca a chi ritiene che l’estrazione “proletaria” del consumatore di birra, anche se di qualità, sia una componente imprescindibile del fascino che questa bevanda esercita.

Sembra che il Progetto Open preveda altre apertura, addirittura a New York. Personalmente auguro le migliori fortune ai capaci ideatori di un ritrovo dalle così numerose qualità, ma rimango perplesso sulla via intrapresa in termini di target.

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