giovedì 30 settembre 2010

Senza h. Si scrive senza h

Chissà la tua espressione nel vedere quella h di troppo. Il fastidio mai celato nel vedere storpiato il nome. Quasi pari al mio nel vederlo accompagnato.

giovedì 23 settembre 2010

io non ho rubato


Suona tutto.
Da un pò di tempo quando Flavio esce da un negozio, un supermercato, un centro commerciale, una libreria, immancabilmente il sistema anti taccheggio comincia a suonare. Quel bip indiscreto e fastidioso che fa scattare commesse e cassieri e richiama in un baleno la sicurezza.

Scusi signore potrebbe ripassare dal varco?
Certo.
E il varco suona di nuovo.

Inizialmente Flavio era un filo imbarazzato poi ci ha preso gusto a vedere le varie espressioni dipinte sul volto dei suoi giudici improvvisati.
Ha imparato a riconoscere gli sguardi un attimo prima del fatal passo che azionerà l'allarme.


Ma guarda quel ragazzo chi lo avrebbe mai detto.
Io lo ho notato subito con quella espressione losca.
Si vedeva che aveva qualcosa da nascondere.


E Flavio qualcosa da nascondere evidentemente la possiede, ma lo nasconde così bene che solo macchine insensibili e infallibili possono vedere il maltolto.
Non sanno identificarlo, localizzarlo, ma sanno che Flavio ha rubato. E suonano.

Forse suonano per denunciare il tempo che Flavio ruba non sapendo a chi restituire.
O perchè gli allarmi come il semaforo blu in una vecchia fiaba di Rodari sono stufi del loro lavoro monotono: denunciare qualche zingarello dalla mano veloce, il vecchietto la cui pensione finisce prima del mese, il ragazzino in cerca di mp3 quanto di emozioni, o l'insospettabile con l'impermeabile, che era tanto una brava persona e salutava sempre quando lo incontravi sul pianerottolo.

Oppure perchè gli allarmi non guardano le tasche ma le anime. E sanno che Flavio è colpevole. Potrà anche passare l'intera esistenza senza farsi cogliere in fallo, ma gli batterà sempre in petto il cuore di un ladro.





martedì 14 settembre 2010

più per meno meno


Ieri era il primo giorno di scuola per milioni di studenti me compreso.
Dopo qualche anno dalla conclusione di scienze della comicazione, il grande passo verso una facoltà che quando ne pronunci il nome non registri uno scoppio di ilarità.

Ora anche la più sfigata dell'università ha il numero chiuso. Più che una barriera in certi casi è un'ambizioso traguardo posto dai rettori, visto che 1200 matricole giurisprudenza a Roma 3 non si sono mai viste. Eppure bisogna superare il test di ingresso. Autentico baubau dei neo diplomati.


C'era anche ai tempi miei atto primo.

Stramaledetti quiz contestati all'epoca contestati ora. Forse sono diventato più sveglio io, ma più probabilmente la verità è un'altra. Sono diventati più scemi loro. Chi produce i quiz. Sui candidati non mi pronuncio ancora (comuqnue sono più scemi anche loro).

Ottanta domande che con un pizzico di impegno anche la Gelmini potrebbe superare.


Complessi quesiti matematici: il risultato dell'operazione +4 per - 4 è: a) un numero positivo b) un numero negativo c) zero d) nessun risultato

Rompicapi di logica: completa la sequenza logica " i romanzi sono libri" e "non ci sono libri in questa stanza" a) tutti i libri sono romanzi b) tutti i romanzi sono libri c) non ci sono romanzi in questa stanza d) non me la ricordo

E così via.


PS

Le domande sopra riportare con relative opzioni di scelta sono autentiche.

PPS

Per partecipare a tale selezione era necessario versare 25 euro. Ma se lo spettacolo non è stato di gradimento è possibile chiedere la restituzione del biglietto?



giovedì 9 settembre 2010

Fini e Mentana: destini incrociati



La prima cosa da dire è che il Tg di Mentana su la7, coperto dai plausi di tutti i commentatori, è in realtà un Tg datato. Mentana straborda, commenta, sottolinea. Un autentico one man show. E incredibilmente quella che era la principale dote di “mitraglia” è svanita. E’ diventato lento!
Ciò nonostante conduce il miglior telegiornale oggi su piazza: dà le notizie invece di nasconderle, spiega e approfondisce i fatti laddove la norma è propinarci, a commento di ogni scorreggia di cane, l'arguta opinione di capezzolone piuttosto che franceschiello. Soprattutto concede ospitalità ai banditi del servizio pubblico e privato.

L'altro ieri il primo scoop. Ospite in studio, per una decina abbondante di minuti il personaggio dell’estate, nonché presidente della camera Fini. Intervistato senza troppi salamelecchi da Mentana in persona.
Fra i due è parsa subito evidente una particolare empatia. Li accomuna la medesima storia recente. Gli stessi errori, gli identici pentimenti, le speculari e tardive denunce dell'insostenibile potere del tiranno.

Mentana è stato per anni la foglia di fico dell’informazione berluscoglionizzata. L’equilibrato Tg di Chicco consentiva al nano di straparlare in difesa del pluralismo, stella polare in mafiaset.
Il volto credibile del biscione, la faccia pubblica da mostrare ai party bene. Dove fidofede e straccio liguori non erano ammessi, causa le quintalate di saliva che lasciavano sulla moquette.

In cambio Mentana, che nel 94 non aveva certo la storia o la credibilità di un mostro sacro, ebbe l’opportunità per anni di condurre un telegiornale non paludato, veloce e popolare. E di godere di un’autonomia sconosciuta ai suoi dirimpettai.
Una certa tutela dell’immagine del capo era doverosa anche al tg5, ma per l’ambizioso direttore soprassedere su qualche servizio a domicilio costituiva male minore. Daltronde in quella breve stagione i suoi colleghi di azienda rispondevano al nome di Santoro (!), Luttazzi (!) Paolo Rossi (!).

Per Berlusconi era fondamentale non fornire armi che consentissero al centro sinistra di portare avanti le sacrosante battaglie per spezzare il monopolio televisivo e risolvere il conflitto di interessi.
Disporre di tre reti ma farne un uso moderatamente propagandistico fu la trovata geniale del preferito dai corleonesi. Tutelare qualche spazio di libertà per annientarlo appena se ne fosse avuta l’occasione. Occasione che immancabilmente si presentò con la caduta di Prodi e la successione di un modesto autore della casa editrice del nano, tal dalema. Seguita dalla scontata vittoria elettorale del cavaliere alle elezioni politiche del 2001.

Caduto il centro sinistra la situazione a Cologno monzese è subito mutata. Il potere berlusconiano ha mostrato il volto per anni camuffato.
Dopo mediaset, la Rai. Stesso copione, stessa regia. Prima la cacciata dei nemici conclamati, poi l'allontanamento degli indipendenti, dei battitori liberi. Quelle anime belle che pensavano bastasse mostrarsi distaccati verso gli interessi del capo per aver salva la carriera. Ma al sultano non bastava e pretendeva l'epurazione di tutti coloro non si mostrassero pronti a scambiare la penna con la lingua. Fino all'arruolamento di una pletora di pennivendoli buoni solo a sbattere i tacchi e di veline repentine nell'aprire le cosce.

Mentana ha per anni in silenzio registrato il contrarsi della libertà prima e della decenza poi. Nel suo gruppo editoriale, nella sua rete e infine nel suo stesso Tg.
Allontanato dalla sua creatura per far posto al giannizzero rosella e al pretoriano minimum, confinato nella ridotta di Matrix neanche allora ha trovato la forza di dire no.
Le pressioni sempre maggiori dell'editore per stabilire l'agenda della trasmissione. il veto esplicito sulla scelta degli invitati. Infine le dimissioni e la denuncia della trasformazione dei comitati di redazione in uffici stampa di Forza Mafia. Peccato che tale fenomeno datasse almeno un lustro abbondante.
Meglio tardi che mai.


Gianfranco Fini nel 94 era il segretario del MSI e tanto basta per capire come mai salì con tanto entusiasmo sul carro berlusconiano. Da grigio leader di un partito sepolcro cui era fisicamente impedito di fare politica a numero due della coalizione di governo. Da fascista impresentabile a testa fine del centro destra.

Una carriera inattesa e spettacolare: ministro, vice presidente del consiglio e infine presidente della camera. Una cavalcata cui rimaneva però precluso l’ultimo gradino, il più ambito, la nomina a erede universale del satiro.

Gianfry per quindici anni ha assistito complice al dilagare della metastasi berlusconiana. Le decine di leggi ad personam, la tutela smaccata degli interessi economici più inconfessabili del capo e dei suoi accoliti, la promozione a tutti i livelli di una classe dirigente formata da prostitute, cocainomani, strozzini, ladri, grassatori, esponenti della mafiacamorrandrangheta, o più frequentemente semplici coglioni senza arte né parte.

Gianfri e l’imbarazzo mal celato verso le quotidiane gaffe della parodia chapliniana di uno statista, in realtà uomo disturbato, sempre più scollegato dalla realtà, ostaggio di ragazzine piacenti, signorsì dagli appetiti voraci e malversatori di ogni stampo.

Poi la ribellione da lungo covata, causata non da un singolo evento quanto dalla presa di coscienza che il berlusconismo non ha colore politico, non segue programmi, non pone traguardi, non conosce valori. L’uso immorale del potere per appagare gli istinti più bassi dell’essere umano.
E oggi lo strappo definitivo. Meglio tardi che mai.


Fini lo spazio politico che Berlusconi gli ha consegnato nel 94 lo avrebbe occupato lo stesso, anche senza l'appoggio del magnaccia, poiché era il bipolarismo a imporlo. Sarebbe stato probabilmente un processo più lungo e faticoso, ma dal sicuro successo perché l'unica personalità popolare e credibile da contrapporre ai progressisti era proprio lui.

Mentana non avrebbe avuto difficoltà a costruirsi una carriera giornalistica di tutto rispetto in un nuovo polo televisivo, quel polo che si sarebbe costituito per forza di cose risolto il nodo gordiano della concentrazione mediatica nelle mani del piduista.
Apparentemente sia Mentana che Fini hanno giovato dell’appoggio del Berluscone. Hanno professionalmente ottenuto più di quanto avrebbero avuto senza.

Non è così.

Perche a guadagnarci è stato sempre e solo il grande venditore. Che senza l'appoggio di Fini e Mentana avrebbe chiuso bottega per i colossali debiti, collezionato decine di condanne per l’incredibile numero di reati commessi e conclusi mestamente la parabola esistenziale come latitante in una delle tante ville off shore. Alle amate Cayman piuttosto che Antigua. Al riparo dalla galera, ma solo, rabbioso e dimenticato da tutti.

Invece grazie alle leggi ad personam (appoggiate da Fini e coperte da Mentana), alla sistematica corruzione di testi e magistrati, alle pressioni formidabili esercitate ad ogni livello della macchina giudiziaria e investigativa ad opera dei suoi sgherri avvocati, lo troviamo là. Potente e arrogante come mai.
Fini e Mentana, destini complici e incrociati.

giovedì 2 settembre 2010

Sapri 1943: eran 83. Erano giovani, eran vecchi, eran donne, eran bambini e sono morti



Sapri è un amena località solo in parte turistica. Pur essendo affacciata su di un bel golfo, la pesca occupa una porzione trascurabile della popolazione. Ha un porto perennemente in costruzione, ma di certo non è un attracco commerciale rilevante. Si estendono altipiani e pascoli alle sue spalle, ma non vive di agricoltura e pastorizia.
Sapri giace là con i suoi 7 mila abitanti che ogni giorno diventano qualcuno di meno.

Deve la relativa celebrità a una modesta poesia risorgimentale, che più di narrare romanza le sfortunate gesta di un patriota napoletano dagli occhi azzurri, Carlo Pisacane.
Sconfortato dall'immobilismo che caratterizzava il movimento per l'unità d'Italia in seguito alle sconfitte del '48, decise di intraprendere un'iniziativa solitaria, eroica e disperata. Confidando di scuotere le coscienze sopite, il nostro capitano coi capelli d'oro, si impadronì di un vaporetto che da Genova doveva andare a Tunisi e liberati trecento galeotti dal carcere di Ponza, fece rotta su Sapri, con l'intentò di scatenare un insurrezione anti borbonica nel Cilento.


Nonostante l'uguaglianza del numero, le gesta di Leonida e dei suoi ben più battaglieri uomini apparvero subito lontane, giacchè a decimare l'improvvisato esercitò provvide non la sconfinata armata di Serse ma neanche l'assai meno bellicosa macchina militare borbonica.
La disfatta avvenne per mano contadina, la cui furia fu scatenata dai saccheggi compiuti dai trecento per sfamarsi. Correva l'anno 1857, solo tre anni dopo un'impresa per molti versi simile avrebbe sortito ben altri risultati.


Una storia minore che solo la roboante propaganda postunitaria ingigantì consegnando a Sapri un ruolo nella Storia nazionale che non sembrava molto interessare i rari pescatori e più numerosi contadini, residenti nel golfo avaro di pesci quanto di frutti.

Non erano passati cento anni quando gli anglo americani preparavano uno sbarco assai più significativo di quello di Pisacane, l'operazione avalanche, che avrebbe catapultato a partire dal 9 settembre 170.000 uomini sulle spiagge intorno a Salerno. Con la speranza subito frustrata di risalire rapidamente lo stivale e annientare la resistenza tedesca. Era il 1943 e la seconda guerra mondiale vedeva l'Italia sconfitta, umiliata e invasa.

Ma a Sapri la storia non ama mostrare la faccia più nota. Non Garibaldi ma Pisacane, non avalanche ma 34 misconosciuti bombardamenti aerei che cancellarono il paese e lasciarono 83 morti sotto le macerie.

Il turista distratto passeggiando per il più bel lungomare della costa, o per la verdeggiante villa comunale, nota a stento l'aspetto moderno della città, la quasi totale assenza di edifici con più di 60 anni o del tipico dedalo di stradine e case di pietra che caratterizza i paesi limitrofi. In pochi si interrogano sulle ragioni di tale differenza urbanistica.

Sotto le bombe aeree ad andare persa oltre la città vecchia pare sia stata la memoria.
A Sapri fino a pochi anni fa non esisteva neanche un sasso a ricordare quelle infauste giornate. Ancora oggi la pagina internet del comune ci parla delle origini romane, delle incursioni saracene e ovviamente di Pisacane, ma non una parola sui bombardamenti.


Dove non arriva la storia ufficiale si ferma anche quella popolare fatta di passaparola e tradizione orale. I vecchi di Sapri non ne parlano mai, non rivangano il doloroso passato con i nipoti o con i compagni di biliardo al bar, dove le chiacchiere raramente si discostano dal qui e ora di un eterno presente destinato a replicarsi sempre uguale a se stesso, fra dignitosa povertà ed emigrazione.


Neanche la toponomastica giova al ricordo. A fianco alle immancabili piazza plebiscito, corso Garibaldi e perfino via Kennedy (non è dato sapere se dedicata a John piuttosto che Bob, oppure collettivo omaggio all'importante dinastia americana), non esiste un vicoletto intitolato alle vittime dei bombardamenti.

Perfino google si arrende di fronte al silenzio che ha inghiottito una pagina di storia che ci si aspetta sia centrale per Sapri e i sapresi.

Una rimozione collettiva difficile da spiegare, che rende impervio ricostruire quanto accadde. Nessuna pubblicazione sponsorizzata dal distratto comune, nessun sito internet dedicato da qualche associazione civica. La pubblicistica locale ama disquisire del brigantaggio post unitario, degli anarchici locali, della cucina cilentana e finanche dei movimenti per la costruzione dell'ospedale negli anni 70. Ma l'estate del 1943 rimane un tabù duro da scalfire.


Quale fu l'obiettivo militare dei comandi alleati? lo scalo ferroviario? il porto? eventuali opere di fortificazione presidiate dai tedeschi?
Chi sganciò le bombe? gli inglesi? gli americani? Furono presi provvedimenti per salvaguardare la cittadinanza e come furono gestite le operazione di salvataggio dei sicuramente numerosi sepolti vivi? La ricostruzione fu pianificata o improvvisata?
Domande a cui non è possibile dare una risposta e che non sembrano interessare più di tanto chi ha perso un nonno, uno zio, un parente sotto le macerie.





La chiesa di San Giovanni fu centrata da una bomba e crollò. Si salvò quasi miracolosamente il campanile adiacente, risalente al 600. Nel giugno del 2010 è stato abbattuto per fare posto alla nuova chiesa.