lunedì 22 giugno 2009

Iran: prove di golpe

Volevo scrivere un pezzo sui fatti di questi giorni a Teheran, poi vuoi il caldo vuoi la pigrizia vuoi che ho trovato chi ha scritto in maniera decisamente più chiara gli stessi concetti e allora ho deciso di fare un copia incolla selvaggio da questo blog che consiglio comunque sempre di seguire.

Ho sempre amato l'Iran, non so neanch'io perché. E' un Paese che mi piace moltissimo. Per questo ho un viscerale rifiuto nei confronti della versione da sempliciotti che viene fornita sugli eventi di questi giorni. Non sono un'esperta di politica interna di Paesi altrui, però preferisco, a questo punto, la mia personale versione sempliciotta: almeno ha qualche base di informazione in più, rispetto a tutto quello che le nostre TV doverosamente tacciono. Ve ne rendo partecipi, e vi prego di considerarli pensieri in libertà.

- L'Iran è una democrazia. Piaccia o no, questo è. Avrà le sue anomalie, come il consiglio di preti che sorveglia tutto, ma in fin dei conti anche noi abbiamo l'anomalia televisiva e anche da noi i preti non se ne stanno certo defilati. Ma in Iran il processo democratico, specialmente quello elettorale, è sentitissimo ed a vivissima partecipazione popolare. Ci sono tanti partiti, sostenuti da migliaia di coinvoltissimi iscritti. Le adunate oceaniche che abbiamo visto non sono espressione di un regime, ma di un popolo che vive la politica con tutto se stesso. Uno dei motivi delle rivolte è proprio questa appassionata partecipazione.

- L'Iran è un Paese grande, con quasi 70 milioni di abitanti. Noi, in TV, vediamo sempre e solo Teheran, e qualche altra grande città. Ahmadinejad ha i suoi sostenitori in tutto il resto del Paese, mentre è più debole proprio nelle metropoli. Pensare che chi si ribella in città rappresenti la volontà del Paese è come pensare, vedendo i fatti di Genova, che l'Italia tutta si stesse sollevando contro Berlusconi.

- I brogli. Proprio perché l'Iran è una democrazia, quando si vincono le elezioni con un 20% di margine i brogli sono assai improbabili. Capiamoci: qua non siamo nella Bulgaria della cortina di ferro, dove sulla scheda trovavi scritto: "Voti per il dittatore, oppure preferisci andare in Siberia?". Qui si vota per chi si vuole. E truccare milioni di schede è quasi impossibile. Come sappiamo qui da noi, e sicuramente anche in USA, i brogli si possono agevolmente compiere solo quando il margine tra vincitore e sfidante è risicatissimo.

- L'insoddisfazione popolare. Come abbiamo più e più volte scritto qui, l'Iran ha un elevatissimo tasso di crescita demografica (è pieno di giovani) e un'alta alfabetizzazione (l'86%). Due caratteristiche che rendono un Paese a rischio rivolte, specialmente se è un Paese petrolifero e la gente si vede la benzina razionata per problemi di raffinazione. Inoltre, la discesa del prezzo del petrolio ha portato ad una pesante situazione economica. Ricordiamoci allora che le proteste quasi sempre vanno ricollocate nella situazione interna di un Paese, piuttosto che a cretinate come la volontà di levarsi il velo.

- La polizia. Vedere la polizia che massacra i manifestanti mi fa da sempre venire la pelle d'oca. Ma non si può, come fanno i nostri media, usare due pesi e due misure: in un Paese democratico, chi scende in piazza a spaccare tutto è considerato dallo Stato un eversore, e viene trattato col pugno di ferro. Come a Genova, come nelle banlieu parigine, come appunto a Teheran. Scandalizzarsi a compartimenti stagni è disgustoso. Quando si fa casino qui da noi "sono spaccavetrine che meritano il manganello", quando succede in Paesi meno simpatici diventano tutti martiri della libertà. Questa non è informazione, è propaganda.

- Moussavi. Non è mica l'Obama persiano, sia chiaro. E' un politico come ce ne sono tanti qui da noi: è in politica dal 1981, è membro del Consiglio della Rivoluzione, ex editore del giornale del Partito Islamico. Interessanti le sue proposte politiche: dare impulso alle privatizzazioni e liberalizzazioni, consentire la proprietà privata delle televisioni (finora solo statali), rallentare il programma nucleare.

- Le ingerenze straniere, ultima delle mie considerazione sempliciotte. Non ho certo la possibilità di stabilire se ci sono agenti occidentali a dirigere le rivolte. Ma non commettiamo l'ingenuità di ritenere tutti santi, caduti dal pero per lo stupore al volare del primo sasso. Il minimo sindacale, per un servizio segreto che si rispetti, è mantenere rapporti con l'opposizione del Paese che si desidera eventualmente destabilizzare, offrendo poi il massimo dell'appoggio logistico, informativo, informatico e tecnico non appena tale destabilizzazione ha qualche possibilità di concretizzarsi. Senza risparmio di mezzi ortodossi e non: se si tratta di fomentare l'opinione pubblica con astuzie, bugie e trappole non si guarda certo in faccia a nessuno. Teniamo presente anche questo.

giovedì 11 giugno 2009

io sto con Gheddafi


Che Gheddafi sia tecnicamente un dittatore non ci piove.

Come non ci piove sul fatto che la Libia sia l'unico paese africano a non conoscere la piaga della fame, a non avere un debito monstre con il fondo monetario internazionale e vantare invece i parametri che misurano il livello di benessere abbastanza decorosi.

In Libia le ingenti ricchezze provenienti dall'estrazione del petrolio e del gas non affluiscono sui conti delle multinazionali europee o americane ma rimangono, almeno in buona parte, a finanziare l'economia locale. E' anche vero che molti di questi introiti foraggiano la famiglia Gheddafi e lo strampalato tenore di vita dei rampolli del colonnello, ma al cospetto dei regnanti arabi il nostro pare un campione di frugalità.

Non esiste un solo libico che sia negli ultimi trenta anni emigrato per fame o abbia ingrassato gli sfruttatori del nuovo schiavismo. Nonostante per motivi geografici sia la base di partenza dei barconi di disperati verso le coste italiane non uno degli sfortunati passeggeri è di cittadinanza libica.

E' sicuramente il paese africano uscito meglio dalla decolonizzazione da ogni punto di vista. Non ha conosciuto l'orrore della guerra civile né l'integralismo. Qualsiasi paragone con gli stati limitrofi sarebbe per questi imbarazzante.
Eppure l'occupazione italiana fu assai sanguinosa mentre il regno fantoccio filo inglese di re Idris che seguì la nostra sconfitta nella seconda guerra mondiale fu caratterizato esclusivamente dalla corruzione illimitata. La Libia negli anni cinquanta era tra gli stati più poveri del mondo. una situazione in tutto e per tutto simile all'Algeria per capirsi.

Dopo il golpe del 69 ha sperimentato per decenni sulla propria pelle l'ostracismo dell'occidente e le sue città sono state duramente bombardate dall'aviazione americana nell'86 solo perché Reagan doveva mostrare a Gorbaciov di avere le palle.
Ora seppure lentamente e con mille timori sta aprendosi all'esterno. Il viaggio di Gheddafi a Roma ne è la prova maggiore.

Il colonnello non è un santo ed è come tutti gli uomini che dispongono di un potere enorme da decenni incline a farne cattivo uso. Ha avuto rapporti pericolosi con il terrorismo per tutti gli anni 80 ma è pur vero che i tentativi di rovesciarlo da parte principalmente degli USA in parte spiegano il suo comportamento.
Forse le azioni più deprecabili furono compiute verso la numerosa comunità italiana che viveva a Tripoli. Espulsa ed espropriata di tutti gli averi nel 1970, non ha mai avuto la possibilità neanche di tornare a mettere un fiore sulle tombe di quanti nei cimiteri italiani riposano da decenni.
Ma la dura contestazione che sta subendo in questi giorni a Roma è forse il segno più eloquente non delle sue violazioni dei diritti umani quanto del nostro incancellabile razzismo.
Quanti gridano vergogna cosa sanno realmente della società libica? è una domanda aperta, non retorica.
Io ne so poco, ma il sospetto che tanta indignazione sia frutto di una superficiale ignoranza invece lo so per certo.

martedì 2 giugno 2009

tropa de elite



Non so se bastano due prove per fare un indizio, ma fattostà che due tra i film più interessanti girati negli ultimi ultimi anni sono entrambi sudamericani e si svolgono fra le favelas di Rio de Janeiro: City of god e Tropa de Elite.
Forse una coincidenza o forse la prova che la cinematografia sudamericana ha acquistato una sua maturità che le consente di descrivere i contrasti (eufemismo) che animano le difficili realtà urbane locali con un originalità prima sconosciuta.

Se la città di Dio descrive la violenza e la vita di tutti i giorni di una delle favelas più disgraziate di Rio, dal punto di vista di un adolescente che, pur appartenendo a quel mondo ne è solo spettatore, anzi fotografo, Tropa de elite vi si accosta da tutt'altra direzione. Che senza girarci intorno definirei di estrema destra.



La polizia è incapace e corrotta, solo il Bope, super unità di super uomini con la licenza di uccidere, può entrare nelle favelas e uscirne vittorioso senza venire corrotto. Perchè il Bope nelle favelas entra per uccidere e mai per morire.
Il film è girato, come va di moda oggi, con grande uso della voce fuori campo a voler dare l'impressione di essere più che una fiction un documentario. Stesso effetto di verità cui punta l'impiego abbondante della macchina a mano, mentre la saturazione dei colori, aspetto comune a city of god ma a mio avviso derivante dal neozelandese once were warriors, indica l'idea stessa del contrasto e della violenza, temi centrali nella pellicola.
E nonostante il largo uso di inquadrature stile di Leni Riefensthal, la narrazione risulta poco retorica e molo credibile.
Dal racconto del capitano Nascimiento, comandante della squadra alfa, desideroso di dedicarsi alla famiglia abbandonando i compiti operativi, si sviluppa la trama che vede il nostro eroe cercare e addestrare chi possa sostituirlo alla guida del battaglione.
Fra citazioni evidenti e forse eccessivamente pedisseque di Full metal jacket e la battaglia di Algeri, il film cavalca senza timori buonisti tutti i cavalli di battaglia di una generica ideologia fascista, attraverso l'uso mai ridicolo dell'etica (ed estetica) militare. Dalle divise nere, al cameratismo degli uomini votati alla guerra, fino alla rappresaglia finale per vendicare un soldato caduto.
Cadono letteralmente sotto i colpi del Bope gli spacciatori, i trafficanti di armi, gli agenti corrotti e infine gli studenti progressisti e benestanti delle ONG che operano nella favelas, in prima fila a criticare i metodi spicci della polizia, ma nei fatti complici dei narcos.

la pellicola non si schiera rispetto alla violenza praticata degli uomini del Bope. Pur non esaltandola lascia allo spettatore la facoltà di prendere posizione. E questa neutralità è probabilmente la causa prima dello scandalo che ha suscitato il film portandosi a casa l'orso d'oro a Berlino nel 2007.