mercoledì 25 febbraio 2015

Zerocalcare, Roma fa schifo e Ken Shiro


Zerocalcare è il più clamoroso caso editoriale italiano recente. A me personalmente fa sbellicare dalle risate e chiunque sia nato fra la fine degli anni 70 e  l'inizio degli 80 non può che riconoscersi nell'universo dipinto dai suoi fumetti.
Se poi sei nato a Roma e magari a Roma est, dove Zero dimora e ambienta le sue storie ti pare proprio che parli della tua adolescenza o di quella di tanti tuoi coetanei. Personalmente credo di essere fra i suoi più generosi finanziatori, avendo comprato e regalato molti dei suoi romanzi grafici.  
Detto questo zerocalcare è anche il Boccasile dei centri sociali. Per chi non lo sapesse Gino Bocasile era il bravissimo artista che disegnava i più celebri manifesti di propaganda fascista.  Quasi tutti le locandine e i flyer dei centri sociali romani sono di Zero, almeno quelli fatti bene.
Questo suo aspetto militante pur non essendo taciuto, non è centrale nei suoi fumetti che  quasi mai trattano argomenti politici. D'altronde  il suo pubblico è assai più vasto di quello dell'estrema sinistra e le sue strisce vengono pubblicate e immagino ben pagate dalla stampa borghese.
Tutto ciò fino ad oggi. Qua dovrei parlare della storia di Kobane ma  non lo farò. Ne penso tutto il male possible comunque.
Sabato prossimo è prevista la manifestazione dei csoa contro Salvini che terrà un comizio a Roma.  La città  è stata per l'occasione tappezzata dai manifesti realizzati dal nostro amato fumettista. La massiccia campagna di affissioni abusive e annesse scritte sui muri, anche delle appena inaugurate stazioni della metro C, è stata fortemente attaccata da un sito che negli ultimi anni è diventato più seguito de Il Messaggero: Roma fa schifo.
Il sito/blog nato ai tempi della giunta Alemanno per denunciare come l'amministrazione della destra fosse peggio delle cavallette, avendo assecondato le peggiori pulsioni delle lobby più impresentabili e stretto un alleanza di ferro con alcuni poteri criminali. Accuse che hanno poi trovato riscontro nella inchiesta mafia capitale che ha portato alla sbarra l'ex sindaco con la infamante accusa di associazione mafiosa.
Fondamentalmente il sito con toni spesso eccessivi denuncia la totale assenza di senso civico dei romani e l'inadeguatezza se  non la corruzione delle istituzioni capitoline forze dell'ordine comprese.  C'è una forte dose di populismo e di perbenismo in ogni post ma anche un sano citizen journalism che  in questo paese semplicemente non esiste.
 Le campagne che si rinnovano ogni giorno o quasi vertono su un set limitato di argomenti. Il rapporto psicotico dei romani con l'automobile; l'incredibile numero di cartelloni pubblicitari, bancarelle ambulanti che non ambulano e camion bar che stazionano letteralmente davanti a qualsiasi monumenti della città; la presenza indisturbata di borseggiatori, quasi sempre giovani rom, che infestano le stazioni della metro e il degrado inaccettabile in cui vivono spesso anche nel pieno centro storico, decine di senza tetto e immigrati, con la quasi quotidiana carrellata di foto di persone che urinano e defecano in mezzo alla strada.
l'altro tormentone di roma fa schifo è la battaglia contro i writers che dipingono, diciamo così, tutti I mezzi pubblici di Roma. Non esiste un solo vagone della linea B della metro che non sia totalmente graffitato, nè un mezzo dell'AMA che  non sia taggato. Molto ci sarebbe da dire su come ATAC e AMA proteggono il loro patrimonio, ma quello che preme ora sottolineare è come su questo tema sia iniziata la polemica di zerocalcare.
Per il noto fumettista quella di roma fa schifo è la classica sindrome di Mastro Lindo ovvero un igienismo maniacale che affligge i redattori del sito.
Chiunque abbia messo per un giorno piede in una qualsiasi città del mondo sa che a Roma questo disturbo compulsivo verso la pulizia  se esistente non è proprio diffuso. Personalmente  non ho mai visto una città sporca come Roma e per rimanere fra i patrii confini Napoli è molto ma molto più pulita.
Questo lungo preambolo per tornare all'ultima campagna, nei toni molto aggressiva di roma fa schifo, contro l' affissione di migliaia di manifesti antisalvini,  presa da zerocalcare con meno aplomb del solito. Romafaschifo è  uno dei mali della città al pari di mafia capitale e dei palazzinari.



Il video è realmente imbarazzante.  Lo è per il modo di parlare e lo è per quello che dice. Banalità e stupidaggini che  in bocca a  un 31enne fanno ridere e ricordano le caricature che Verdone faceva degli hippie 35 anni fa. Zerocalcare che è un'artista con tratti di autentica genialità parla come un coatto di borgata con la coscienza politica di un 14 viziato figlio di sessantottini esaltati.
Che per  uno che nella vita  non fa l'assessore o il politologo, ma  il fumettista ci può stare. Essere  immaturi credo sia fondamentale per disegnare le strisce che realizza lui. Se lo può permettere, ma  un po' meno se  lo possono permettere coloro che gli hanno tributato una solidarietà acritica e vagamente squadrista e che temo non siano tutti artisticamente parlando altrettanto talentuosi.

l'immaturità della mia generazione è tema largamente trattato anche sui media. Un immaturità che è sempre stata declinata in senso sociale ed economico. La generazione precaria che guadagna poco e che è rimasta a vivere a casa con i genitori oltre ogni senso del ridicolo. La generazione aggiungerei che anche politicamente non sembra essere riuscita a crescere dalle baruffe del liceo. E se per una parte assai minimale ciò ha significato l'approdo alla sinistra radicale, l’ unica in Europa politicamente irrilevante (e per una ancora più marginale l'approdo speculare nella destra terminale), in una sua componente assai più corposa ha trovato rappresentanza  in Grillo e la sua puerile rappresentazione della realtà sociale.

Tutti sono legati alla propria infanzia e alla propria adolescenza almeno dal punto di vista simbolico. Quello della nostalgia è un meccanismo noto e potente e che pochi usano in maniera intelligente come zerocalcare.  Solo che in zero e  temo in troppi 30/40 enni di oggi la nostalgia è diventata un sentimento autoconsolatorio e incapacitante che si crogiuola tra le accoglienti braccia della cultura popolare dei nostri 14 anni. Un reducismo abbastanza curioso se si pensa che si fonda non già su mitizzate quanto mai avvenute battaglie, ma su telefilm, film  e canzonette. Dove  i buoni sono buoni e i cattivi cattivissimi. E una canticchiabile sigla finale chiude la puntata.

Queste mie considerazioni spero però che rimangano divagazioni oziose, sociologia di accatto, perché il controcorteo della discordia dovrebbe partire da piazza Vittorio che è una bizzarra scelta se  non fosse che si trova a centro metri da casa pound. 
Qualcuno spieghi a zerocalcare e chi per lui che fra i tanti giochi che i bambini amano il più popolare è da sempre quello della guerra ma non vorrei che dopo la permanenza a Kobane si sia messo in testa  che  sia giunto il momento di smettere di disegnarlo Ken Shiro per impersonarlo. L'uscita dall'adolescenza potrebbe essere drammatica e sinceramente  non si sente  il bisogno di rivivere  in chiave edipica episodi del passato.

martedì 4 marzo 2014

e mica abito qua io!

Invece Flavio là ci aveva abitato a lungo e solo rileggendo su uno dei mille gruppi nostalgia su facebook i ricordi dei suoi vicini di quartiere e di età, si è accorto quanto la sua vita sia stata diversa da molti degli altri bambini con cui giocava alla pista.
Anche all'epoca  l'altra verderocca incuteva timore. E che non fosse come la sua di verderocca, lo aveva capito subito.  Non tanto per lo stradone che le separava, quanto per  le palazzine occupate e poi requisite dal comune e infine assegnate a chi ne aveva diritto.
Quando i ragazzini dell'altra verderocca attraversavano lo via erano spesso rogne. Finiva male e a Flavio non piaceva cosi tanto la violenza. Si azzuffava spesso con i suoi amichetti, le dava e le prendeva, ma  il modo in cui ci si menava dall'altro lato della strada gli faceva paura. Non erano zuffe fra bambini.
Con la fine delle scuole dell'obbligo, a verderocca come altrove, le strade si  separavano. Fra chi andava alle superiori e usciva dal quartiere e chi iniziava a percorrere vie fatte di bocciature, espulsioni  e abbandoni scolastici precoci. Visi, nomi e  soprannomi destinati a scomparire anche dalla memoria.
Perchè Flavio non si ricordava piu che Fabio e Mario se li era portati via l'eroina. Che di Gigi e Luciano bisognava evitare di parlare perchè e un giro fra Regina  e Sanpa lo avevano fatto in tanti.
 A 14 anni un motorino lo sognano tutti e lo sognava pure Maria che infatti lo ricevette  in dono dall'amato fratello. Rubato come quasi tutti quelli che scarrozzavano sul forte tiburtino, quando non solo non serviva la patente per i cinquantini ma anche la targa era optional come  il casco che nessuno indossava. E se a sparire era  il tuo di motorino o di bici o di auto, prima di andare a denunciare il furto un giro sotto i box era meglio farselo. Un giro spesso proficuo.
Flavio invece ricordava bene quando entrarono dal cancello quelli di casal bruciato con le mazze i coltelli e le pistole. Da verderocca le vie di fuga non mancavano, ma per entrare dovevi per forza passare per  il cancellone e ogni volta in cui una macchina blu lo varcava e accadeva ogni giorno per cercare tizio o caio  la risposta era sempre quella: e mica abito qua io.

"Quando veniva l'omino a consegna'i gelati dell'Algida al bar de Claudio,ritornava e trovava er camion voto!!!"

"o se  prendevi di nascosto il pandino della mamma ... per poi prendere la colonna del garage e je scrivi sul finestrino stronzo per nn dirjelo ahahahha" 

lunedì 29 agosto 2011

dylan dog numero trecento: l'ultimo.




Il primo numero di Dylan Dog che ho letto era il 26. Si intitolava dopo mezzanotte, io avevo nove anni, De Mita era presidente del consiglio e la quarta elementare vedeva terminare il primo quadrimestre.
A me quel numero non piacque molto ma diedi fiducia alla testata e acquistai l'albo successivo. Ti ho visto morire. Il colpo di fulmine non scattò e tornai al più classico topolino. Solo due anni dopo le cose sarebbero cambiate. Settimo governo Andreotti, Italia 90 alle porte e Gigi Radice in panca. La prima media si concludeva trionfalmente con una sfilza di A. Adesso che siamo tutti più americani è ovvio fosse il voto massimo, ma all'epoca cazzo signgificasse un' "A" in pagella non lo sapeva nessuno.
Dylan era il caso editoriale del decennio, capace di oscurare la perenne stella di Tex Willer e diventare una rara icona generazionale. Forse l'unica che ho condiviso con la mia di generazione.
Dall'epoca sono passati venti e passa anni. Il personaggio ha vissuto un lento declino, il suo creatore storico ritiratosi quasi a vita privata. Per un periodo abbastanza lungo era oggettivamente illeggibile. Oggi piazza qualche numero buono seguito da altri modesti, ma tutto sommato la sufficienza la strappa sempre. Una sola storia mi ha davvero emozionato recentemente, mater morbi, procuratevela.
Una persona sana le passioni adolescenziali le lascia appassire come l'adolescenza appunto. Quasi tutti i miei amici hanno smesso di acquistarlo intorno ai venti anni e avrei dovuto fare altrettanto. Invece all'alba dei trentatrè sono ancora qua con l'albo a colori che festeggia un annversario, il venticinquesimo, poco meno anziano del sottoscritto.
Può bastare così.
Pur essendo un discreto amante delle novità e odiando gli abitudinari sono stato troppo a lungo un abitudinario io per primo. Smetto.
Smetto perchè la pizza del bersagliere non è male, quella di mangianapoli meglio, però come la faceva la fregata non la fa più nessuno. Perchè la birra del patron vale quella del camerata, perchè Mordor è sempre mordor ma vivere sull'appia facilita la vita.
Smetto perchè i jeans del 2003 sono ancora buoni ma sono sei anni che non mi entrano più e non mi entreranno neanche l'anno prossimo. Perchè il Dr. House è diventato inguardabile e i Simpson lo sono da una vita.

Mi mancherà la giacca sopra la camicia rossa. Mi mancheranno le clark, le fidanzate occasionali e le battute di Groucho. Non sono le mancanze più gravi, ma dopo venticinque anni si può voltare pagina, fosse solo anche quella di un fumetto.

mercoledì 25 maggio 2011

non ha paura? invece dovrebbe..


Ho sempre letto libri a cazzo. Alla veneranda età di 33 anni mi mancano quasi tutti i classici, quelli che quando parli con la gente seria fai finta di aver letto e invece non è vero. E anche quelli che ogni troglodita con la quinta elementare apparecchia affianco all'ombrellone ai cancelli di Ostia.
Allora qualche tempo fa ho deciso di smetterla di fare l'alternativo e mettermi alla pari. O addormentarmi nel tentativo.
I classici di solito mi annoiano. Non tutti, non sempre, ma in linea di massima si. Però non è di guerra e pace che voglio parlare. Non ho capito perché lo traducono dal russo se poi mezzo libro è in francese e nell'edizione che ho io non c'è traduzione. Se sapevo il francese magari compravo l'edizione francese. Saltare intere pagine fa passare la voglia di andare avanti, specie se già il malloppo di 1200 pagine è attraente quanto le pubenda di nonna papera.
Ma come dicevo non è dei classici che voglio parlare e temo si sia capito che alla fine guerra e pace lo ho accannato.
Veniamo ai libri italiani che vendono un milione di copie.
Faccio outing. Ho letto negli ultimi mesi: fuori da un evidente destino di Faletti, tre metri sopra il cielo di Moccia (!!!), io non ho paura di Ammaniti e la solitudine dei numeri primi di Giordano.
Dopo tale scorpacciata ho scritto una mail a Sandro Bondi pregandolo di ripensarci, di tornare ministro, perchè la cultura in Italia non può trovare esponente più adatto per essere rappresentata.
Diciamocelo, uno da Moccia non è che si aspetti chissà quale profondità di pensiero e se sei sopravvissuto al diario di Laura Palmer non saranno i pariolini di vigna stelluti a farti tremare. Così finito il libro sono andato a piazza euclide e ho tirato una catenata in testa al primo sedicenne con microcar capitato a tiro. Mi ha guardato negli occhi e abbassato lo sguardo, in fondo lo sapeva che era per il suo bene.

Faletti è invece la variante povera di Stephen King.Talmente povera che speri gli stenti lo conducano rapidamente nell'al di là giusto per gustarti l'elogio funebre. Segnarti il nome dell'oratore e poi aiutarlo a raggiungere il commissario Vito Catozzo dove le puntate di drive in non finiscono mai e le tette di Carmen Russo sempre sode.
Non ha un cazzo da dire ma lo dice malissimo. Tanta azione, frasi corte e personaggi semplici semplici. Leggere Faletti però ha un grande pregio. Ti fa sentire intelligente. Sai sempre quello che sta per scrivere. L'assassino è il maggiordomo o al massimo Pisapia.

Di Ammaniti e Giordano bisogna parlarne. Se questi sono gli autori bravi, che vincono i premi prestigiosi e si atteggiano a intellettuali a la page meritiamo che l'italia dichiari guerra agli USA e La Russa sia il comandante in capo.
Libri brutti si sono sempre scritti e la gente li ha sempre graditi. Vedere Moccia e Faletti prego. Qua siamo però in un campo diverso e forse inesplorato, quello dei libri destinati a essere ignorati, scritti da degli sfigati, che parlano di altri sfigati e che invece di rimanere per sempre nell'hard disk sfigato, invadono le librerie e spaccano il mercato.
In comune oltre la noia hanno l'essere entrambi romanzi di formazione. L'età dei protagonisti cambia, il contesto pure ma la speranza che i protagonisti a un certo punto vengano abbattuti da una sventagliata di mitra rimane identica e purtroppo frustrata.
Dostoevskji scontò un periodo di detenzione in Siberia. Sembra che prima fosse uno scrittore modesto. Io non ce l'ho con Giordano, Ammaniti e neanche con Faletti. Forse un pò con Moccia, ma solo perchè un tempo a ponte Milvio si era soliti radunare il comitato di benvenuto al pullman della squadra ospite della Roma. Adesso anche per colpa sua niente più party con i bergamaschi, ma aperitivi alla milanese.
Dicevo di Dostoevskji, dati gli ottimi rapporti con la Russia di Putin non è che si potrebbe organizzare un corso di scrittura creativa alle isole Solovki? Sentire Baricco se interessato.

mercoledì 23 marzo 2011

svariate varie




in questo periodo aggiornare il blog mi risulta particolarmente difficile eppure le cose che vorrei scrivere sono diverse.

Il 17 marzo roma e credo tutto il paese, si è scoperto colorato di tricolori ad ogni balcone. O quasi. Non avevo visto una scena del genere neanche per i mondiali vinti del 2006. Con tardiva ironia se ne sarebbe rallegrato pure Giorgio Gaber.
Non voglio dare troppo peso alla cosa ma la mia opinione è che nel momento piu triste della patria storia post bellica, si stia riscoprendo un senso di appartenenza sopito. Minimalista, discreto, che si limita ad atti simbolici ma che mi ha fatto piacere. Io ad esempio ho continuato i festeggiamenti mescolando i brindisi di San Patrizio a quelli per Cavour, Mazzini, Garibaldi.
Di pochi giorni prima la vittoria al sei nazioni contro la Francia. In uno stadio costruito con i tubi innocenti, davanti a un pubblico che in buona parte continua a ignorare le regole del gioco e contro una delle squadre più forti del mondo, c'è stata la reazione d'orgoglio dei nostri. Non male come metafora e auspicio.



Esplode la centrale di Fukushima e tutti si scoprono fisici nucelari. Io non sono da meno. Da antinuclearista scettico, penso che uscire dal club dell'atomo nell'86 sia stata una cazzata, ma rientrarvi oggi sarebbe pure peggio.
Troppo caro, troppo complicato, per nulla risolutivo. Il nucleare non ha mantenuto le promesse e non è il futuro. Almeno per i prossimi trentanni il discorso è chiuso e chi sostiene il contrario o è in malafede o è chicco testa.
Eppure dopo aver letto i deliri degli antinuclearisti senza se e senza ma, mi viene voglia di rivalutare Montgomery Burns e la sua efficiente centrale di quarta generazione.
Ad ogni modo il giappone e il nucleare non vanno d'accordo. Se ne facciano una ragione.

Venendo all'argomento della settimama e temo dei prossimi mesi, la libia, vi tocca aspettare il prossimo post. Ci sono tante cose da dire e spero di trovare il tempo per dirne almeno qualcuna.

martedì 11 gennaio 2011

...e mo so cazzi



Dopo aver terminato di vedere la seconda serie di romanzo criminale mi sono rivisto anche la prima. Per par condicio.

E qualche giudizio mi sento di spararlo: la prima è superiore ma la seconda regge.


Rivedendo i vari episodi si notano alcune ingenuità, qualche scelta approssimativa e forse anche un paio di buchi narrativi, soprattutto nel finale della seconda serie dove le ultime puntate sono un po' tirate via. Ma il risultato resta sorprendente. In Italia non si è mai vista una roba così. Scritta bene, girata meglio, recitata da attori veri.



Si potrebbe dire che per raggiungere tale risultato è bastato ripescare nel cinema di genere degli anni 70, attualizzare il poliziottesco e sfruttare l'indubbio interesse che le vicende legate alla banda della magliana hanno finito con l'avere grazie a numerosi libri, non da ultimo quello da cui è tratta l'omonima serie, presso un pubblico assai vasto.


E RC in effetti sfrutta l'effetto scia, pesca nella tradizione cinematografica stupidamente sepolta dei vari Roma violenta, Milano calibro 9, ma effettua un'operazione assai più sofisticata dal punto di vista televisivo. Un'operazione che probabilmente non sarebbe stata pensabile se qualche anno prima non fosse andata in onda una serie antitetica nello stile e nello spirito: Boris.



Per molti RC versi fa a Boris quello che Marx aveva fatto con Hegel. Partendo dalle stesse basi lo ribalta e ne diventa l'antitesi.


Boris ci mostra come la televisione in Italia sia un prodotto di livello infimo, realizzata da incapaci, cialtroni, raccomandati e destinata a un pubblico di lobotomizzati. Una televisione diversa è teoricamente praticabile (Boris ne è l'esempio) ma solo come prodotto di nicchia, in grado di imporsi a un pubblico che solitamente la televisione non la guarda proprio.
Al pubblico di Boris la TV sta sul cazzo. Gli autori lo sanno e proprio a quell'audience intimamente snob si rivolgono.


A dover trovare un precedente guarderei ad alcuni format mediaset anni 90 rapidamente accantonati come Ciro, oppure le prime edizioni delle iene o a Chiambretti d'antan, senzaltro blob e la tv delle ragazze.
Il senso di fondo della serie viene disvelato chiaramente dal megaproduttore di rete, il dottor Cane: la tv è come il colosseo, vecchio, zozzo e pieno di buchi ma la gente lo guarda lo stesso.


Boris non aspira a cambiare questo panorama ma più modestamente se ne fa beffe. Mostrando però come esistano degli autori, degli sceneggiatori, dei dialoghisti, bravi e capaci di buttare giù dei testi con i controcazzi. Che esistessero anche degli attori decenti lo sospettavamo già, ma fra i meriti della serie c'è anche la scelta del cast in larga parte individuato fra le icone del pubblico tele snob come Calabresi e la Guzzanti junior.


Romanzo Criminale parte dove Boris abdica. Per certi versi romanzo criminale è "medical dimension", la serie protagonista della terza stagione di Boris, che dovrebbe imporsi come l'erede "di qualità" degli occhi del cuore.

L'ultima serie è forse quella meno riuscita dal punto di vista televisivo. I personaggi, le battute, le storie sanno di già visto, ma è anche la più didascalica delle tre. I rimandi fra fiction-fiction e fiction-realtà sono continui. La metatelevisione è il protagonista assoluto della narrazione.


Una sorta di storia infinita dove il mondo di Atreju e quello di Bastian dialogano di pagina in pagina, di episodio in episodio. Gli occhi del cuore-Bastian è la vecchia tv, quella girata a cazzo di cane e da attori cani pure in foto. Boris-Atreju è la tv di qualità, scritta da autori innovativi, con tecnici competenti e attori scelti con criterio. Una serie però che esiste però solo come parassita del mondo di Bastian-occhi del cuore. Un inversione pirandelliana di realtà e finzione che si complica ulteriormente quando occhi del cuore lascia il posto a medical dimension.

Qua gli autori escono dalla metafora e affrontano di petto la questione della qualità in televisione: Dato che le prime due serie di Boris-Atreju hanno avuto successo, perchè allora non proiettare nel mondo di Bastian le conseguenze di tale risultato? Medical dimension è la tv che apprende la lezione di Boris, dove i mille compromessi del passato non trovano più posto. Ma nel contesto del disastro social culturale della RAI come sineddoche dell'Italia, non vedrà mai la luce perchè il nulla ha la meglio, costringendo Atreju a ripegare ancora una volta su su Bastian in un'ennesima serie degli occhi del cuore ancora più raccogliticcia delle precedenti.

Per gli autori di Boris la qualità può essere uno scherzo, una parodia ma non può diventare la normalità. Almeno nel qui e ora dell'Italia di oggi. Un paese che gli autori disprezzano e nel quale non nutrono alcuna speranza.


Peccato che RC invece non solo arriva ad essere prodotto ma diventa un clamoroso successo. Con buona pace del disfattismo di sceneggiatura democratica.

Gli autori di Boris si accontentano di far ridere una fetta assai ristretta del pubblico potenziale, quello che sentono loro più prossimo. Perchè al di fuori della nicchia c'è solo il nulla della D'Eusanio e ogni tentativo di cambiamento è velleitario.

RC è invece un prodotto destinato a grandi numeri. La qualità che in Boris è un vocabolo strausato per signficare proprio la sua totale assenza nelle produzioni televisive, qua diventa l'elemento distintivo di un operazione che è commerciale nel senso neutro del termine.


Non giro un ottimo prodotto per segnare la mia diversità dal resto del panorama televisivo che non mi apprezza e non mi dà modo di emergere, ma giro un buon prodotto per conquistare quel pubblico a cui attribuisco maturità ed intelligenza.


RC diventa l'indice puntato verso le altre produzioni che preferiscono trincerarsi dietro i limiti congeniti della serialità italiana. Alla fine è sempre colpa di Berlusconi, o del sistema che è malato e siamo tutti assolti.


Il riferimento è chiaramente alle impensabili libertà che RC si concede in termini di linguaggio e di immagini. Le scene di sesso sono credibili come mai visto prima, senza ammiccamenti o pruderie. I dialoghi pieni di parolacce senza suonare volgari. E il discorso potrebbe estendersi al sottotesto politico che scorre parallelamente alla serie, che non rifugge l'ecumenismo.


RC si inserisce nella crepa aperta da Boris e la allarga fino a far crollare il muro. C'è solo da augurarsi che non rimanga un episodio isolato, e che finalmente anche su RAI e Mediaset si possano vedere serie che procurino sentimenti diversi dall'imbarazzo e la vergogna.








giovedì 14 ottobre 2010

1389



Fra i tanti tatuaggi impressi sul corpo della bestia uno mi ha colpito: 1389.
Quando tentavo faticosamente di portare a compimento la mia tesi di laurea sulla comunicazione nelle guerre del ventesimo secolo, fra i vari conflitti uno divenne la mia magnifica ossessione: la "guerra umanitaria":I tre mesi di bombardamenti NATO sulla Serbia che segnarono l'amputazione finale di quanto rimaneva della Jugoslavia e la secessione del Kosovo a maggioranza albanese.

Per comprendere le ragioni di quella improvvida guerra fu necessario risalire indietro nel tempo. Dall'avvento di Milosevic, alla Jugoslavia di Tito e prima ancora l'occupazione italo tedesca e la resistenza slava nella seconda guerra mondiale. Poi la prima con l'assassino dell'arciduca a Sarajevo, le guerre balcaniche nell'ottocento e così via in un percorso a ritroso che si concludeva inevitabilmente nel 1389.

La nascita dell'identità serba.

I Balcani producono più storia di quanta ne consumino. E' La prima massima che imparai studiando quelle tormentate terre, dove le guerre, i torti subiti e quelli perpetrati, le rivendicazioni e i revanscismi, non si sedimentano ma si sommano. La storia non passa mai, condannata a un eterno presente. Rimane motivo perenne di rabbia, orgoglio e risentimento. Guerre di settecento anni fa che vengono usate per polemica politica oggi. Leader politici emergono e si impongono con comizi oceanici su campi di battaglia. Non nel 1933 ma nel 1989.


Ma torniamo al 1389. Le Termopili serbe.


Le sconfinate e invincibili armate turche presa la grecia si accingono a marciare sul cuore d'Europa. Fra gli ottomani e le porte del vecchio continente c' è il piccolo regno di Serbia e il suo leggendario re: Hrebeljanovic.

Le fonti storiche sono quantomai imprecise sulle dimensioni reali della battaglia, quel che è sicuro è che il novello Leonida perde la battaglia e la vita e con lui l'intera nobiltà locale.

Il luogo della carneficina si trasforma nella fornace dell'identità serba per i secoli a venire: Kosovo polje, o campo dei merli.

Perchè tut'oggi ci volano sopra i merli a beccare i cadaveri delle migliaia di caduti che riposano senza pace. In silenzio, però. Senza mai fischiare come vuole una bella poesia epica. La patria è quel luogo dove riposano gli antenati e lo sanno anche i merli.


I serbi, sconfitti ma non umiliati, per non rinnegare la fede ortodossa lasciano le loro terre ancestrali al nemico invasore e musulmano. Si ritirano più a nord, più o meno dove sorge l'attuale Serbia. Ma con la promessa eterna di tornare in quella che è la culla della loro civiltà, dove riposano i caduti e sorgono i millenari monasteri. La loro Gerusalemme promessa. Un intreccio di storia, mistica e religione così potente da volare sui secoli fino all'avambraccio di Ivan Bogdanov, il terribile ultrà che ha terrorizzato Marassi.